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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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sabato, novembre 10, 2007
 
"Parliamo per un attimo di come una tragedia si trasforma in
statistica... la maggior parte di noi sembra quasi indifferente alla
sofferenza di popoli interi, vicini e lontani, o a quella di centinaia
di milioni di esseri umani poveri, affamati, ammalati, sia nelle
nostre nazioni che in altre parti del mondo...

Con stupefacente facilita' creiamo meccanismi che hanno il compito di
farci prendere le distanze dalla sofferenza altrui. Riusciamo, nella
nostra coscienza e a livello emotivo, a ignorare il nesso causale che
esiste fra la prosperita' economica delle nazioni occidentali e la
poverta' altrui" (David Grossman)
scritto da linodigianni | 06:56 | commenti Torna su
Categoria: news, pacifismo, opinioni degli altri, emergency



venerdì, luglio 13, 2007
 
Il Comitato di cittadini e lavoratori di
Vicenza Est <http://www.comitatovicenzaest.splinder.com/>http://www.comitatovicenzaest.splinder.com/
, che si oppongono al progetto Dal Molin e chiedono la conversione ad usi
civili della Caserma Ederle è lieto di invitarvi alla conferenza stampa con
il Prof. Philip Rushton, Università di Napoli, autore del
libro "Riportiamoli a casa - il dissenso nelle forze armate staunitensi" e
Chris Capp, disertore americano impegnato con i movimenti per la pace per
la fine della guerra e il ritiro delle truppe dal fronte.
Durante la conferenza verranno brevemente illustrati i progetti del
Comitato Vicenza Est per lasciare spazio ai prestigiosi ospiti. Seguirà
l'iniziativa "La Pace urlata al Megafono" di fronte alla Caserma Edrle per
invitare i soldati a non partecipare alla guerra e a dissociarsi dai
progetti di militarizzazione.
La conferenza stampa si svolgerà il giorno 12 luglio alle ore 18 presso i
locali della Cooperativa Insieme, in Via Dalla Scola 255 a Vicenza.
L'iniziativa di fronte alla Caserma Ederle si svolgerà alla sera. Le
iniziative sono realizzate in collaborazione con altri importanti gruppi e
comitati del movimento No Dal Molin-No Vicenza città militare la cui lista
verrà diffusa durante la conferenza stampa (le adesioni sono in corso*).

Sono previste iniziative della "Pace urlata al megafono" di fronte ad altri
siti militari in città il giorno 13 luglio.

Siamo già in grado di diffondere la lettera scritta da Chris Capps che
verrà distribuita di fronte alla Caserma Ederle, che risulta essere centro
di progettazione e preparazione delle guerre in corso.


Per contatti
<mailto:comitato.viest@libero.it>comitato.viest@libero.it
Anna Bortolotto
Andrea Licata



Italiani, e soldati di stanza in Italia, mi chiamo Chris Capps. Ero di
stanza in Germania poco prima del mio dislocamento a Baghdad, Iraq. Dopo
averci completato il mio turno di servizio sono stato riportato in Germania
dove ho appreso che fra meno di 9 mesi sarei stato inviato in Afghanistan.
Per me far parte di un'occupazione, anche quando non si è nel ruolo di
combattente diretto significa partecipare nell'oppressione del popolo
indigeno del paese che stavo occupando. Per me tale situazione era
inaccettabile e ho capito come uscire dall'esercito allontanandomi senza
permesso. Ormai sono fuori dall'esercito e faccio parte di
un'organizzazione che si chiama Veterani dell'Iraq contro la guerra (Iraq
Veterans Against the War). Sono qui in Italia come parte di un'iniziativa
per prendere contatti con soldati che si trovano di stanza qui e farli
capire che non sono soli nei sentimenti di disagio che provano nei
confronti del conflitto in Iraq. Come ho imparato in prima persona,
esistono altre scelte oltre a quella di accettare di essere inviato in
missione. Mi trovo qui come ospite dei gruppi di pace locali in Italia che
non vogliono assistere passivi né alla continuazione dell'attuale conflitto
né al vostro coinvolgimento nello stesso. Non vogliono assistere a
un'occupazione che venga supportata dal proprio territorio, né vogliono
accettare che voi, i loro attuali vicini di casa, vengano inviati a fare
parte dello stesso conflitto. Spero che ascoltiate sia la maggioranza degli
Americani sia la maggioranza degli italiani che vogliono porre fine ora a
tutto ciò.



Chris Capps






* Prime Adesione Comitato di Longare, Comitato di Arcugnano, Famiglie per
la Pace ...
scritto da linodigianni | 12:48 | commenti (1) Torna su
Categoria: pacifismo, vicenza



martedì, aprile 17, 2007
 


venerdì, aprile 13, 2007
 

C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.

La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.


Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.


Come fare


Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:


971 471 101 55



lunedì, gennaio 22, 2007
 
"C'è bisogno di un'insurrezione non violenta. Anche a costo di andare in
galera". Così interviene padre Alex Zanotelli parlando dell'attuale
momento in un'intervista a cura di Cinzia Gubbini da Nairobi pubblicata
su "il manifesto" del 19/1/7
. Con insurrezione del pacifismo "voglio
dire che è arrivata l'ora di reagire, i cittadini devono trovare nuove
forme di mobilitazione, nuova visibilità. La verità è che, ormai, la
politica non ci sta più a sentire, vanno avanti dritti come treni, in
barba a tutto ciò che possiamo dire o pensare". Domanda: E cosa
bisognerebbe fare? "Occorre riflettere tutti insieme. E' già qualche
tempo che lo sto dicendo a Napoli: bisogna riunirsi e immaginare azioni
intelligenti, eclatanti e non violente. Qualcosa che fai una volta e poi
non ripeti più. E porsi nello spirito di dire: magari vado in galera, va
bene, lo accetto. Pur di riuscire a sbloccare questa situazione. Perché
davvero non se ne può più". Dopo aver parlato del significato del
trasferimento del supremo comando Nato da Londra a Napoli e del raddoppio della
base di Vicenza, Zanotelli - in merito alla questione urbanistica... -
continua: "Prodi si deve vergognare. E con lui tutto il governo: la
Finanziaria prevede quattro miliardi per le spese militari, ma come si
fa...". Domanda: Deluso, padre Zanotelli? "Deluso, sì. Mi aspettavo
qualcosa di diverso. Purtroppo non è questione di centrodestra o di
centrosinistra. E' che siamo nel cuore dell'impero, e il militarismo ne
è parte integrante. Se vuoi alzare il prodotto interno lordo, non è che
ci sia molto da fare. Bisogna rispettare certe regole per far parte di
coloro che si spartiscono la torta. Ecco spiegato il rifinanziamento
della missione in Afghanistan". "...La mobilitazione della società
civile è fondamentale. Come dimostra anche Vicenza...Ora bisogna trovare
solo il modo di farsi sentire di più".
scritto da linodigianni | 18:41 | commenti Torna su
Categoria: politica, news, pacifismo



giovedì, ottobre 19, 2006
 

sabato 28 ottobre 2006
giornata nazionale di

Emergency

Il 28 ottobre EMERGENCY ti aspetta in piazza.
Segnalo sul calendario!

EMERGENCY sarà presente con migliaia di volontari in oltre 200 piazze italiane per far conoscere i 12 anni di attività dell’associazione e dire insieme "no alla guerra".

Presso tutti i nostri banchetti, con una piccola donazione, potrai ricevere il nuovo calendario 2007 realizzato con i disegni originali di 12 illustratori italiani.

I fondi raccolti andranno a sostegno del Centro chirurgico per vittime di guerra “Tiziano Terzani” di Lashkar-gah, in Afganistan.



venerdì, giugno 30, 2006
 
«Non usateci come copertura». Le ong italiane e l'Afghanistan
Marina Forti
Lavoreremo con le organizzazioni non governative, consulteremo le ong: il ministro degli esteri Massimo D'Alema lo ha detto più volte, parlando dell'intervento italiano in Afghanistan. E le ong italiane, cosa dicono? Sono state consultate? «Per il momento abbiamo avuto contatti con il viceministro degli esteri Patrizia Sentinelli: questo significa che ora abbiamo un interlocutore, cosa che non succedeva con il governo predecente», risponde Cinzia Giudici, presidente del Cosv (una delle più antiche ong italiane di cooperazione allo sviluppo), e vicepresidente dell'Associazione delle Ong italiane. «Cosa diremo al governo? Chenonvogliamo essere usati come copertura», continua Giudici: «Alcune ong italiane lavorano in Afghanistan. Fanno un lavoro umanitario e civile, con partners locali di cui si fidano e che sono in grado di gestire i progetti. Nonhanno bisogno della 'protezione fisica' dei militari. Al contrario: la copertura deimilitari ci mette in pericolo». Un'organizzazione come Emergency sostiene da tempo che l'Italia deve ritirare il suo contingentemilitare dall'Afghanistan. Le altre ong cosa dicono? «Se e comel'Italia debba restare in Afghanistan è unascelta politica in cuinonvogliamo essere messi in mezzo, e a cui non vogliamofare da copertura», dice Giudici. Insiste: «Non abbiamo bisogno di militari per condurre un intervento civile, e questo è vero soprattutto in Afghanistan e in Iraq». In che senso, «soprattutto»? «Perché in queste due realtà è particolarmente forte il rischio di confondere tra intervento civile emilitare». La confusione di ruoli tra civili e militari è «il problema di fondo» per chi lavora inun paese in conflitto, dice Patrizia Santillo, presidente della ong emiliana Gvc (che sostiene un progetto sanitario a Kabul insieme a Hawca, ong di donne afghane nata anni fa nei campi profughi del Pakistan: ora non ha proprie persone sul posto, troppo costoso e pericoloso). «In Afghanistan i militari italiani non sono una presenza di interposizione. E noi nonvogliamo né possiamo essere confusi con i militari: sul piano della sicurezza e anche sul piano politico, perché noi lavoriamo per la pace, non la guerra». Il problema nasce dall'ambiguità della presenza militare occidentale, e italiana. «C'è una sovrapposizione tra l'operazione di guerra al terrorismo Enduring Freedom, che è un'iniziativa di guerra e unilaterale sotto il comando degli Stati uniti, e la missione Isaf che in teoria aveva il mandato di mantenere l'ordine in aiuto alle autorità afghane», riassume NinoSergi, presidente di Intersos, altraOngimpegnata in Afghanistan (continuativamente dal 2001): «Poi però l'operazione Isaf, passata sotto ilcomando Nato, è diventata anche un'operazione di caccia ai Taleban, cioè di guerra». La distinzione tra le due missioni si è annullata, e rischia di annullarsi anche la distinzione tra imilitari e gli operatori umanitari. «Siamo visti come un tutt'uno? E' questo il rischio. Medecin sans Frontières ha rinunciato a lavorare in Afghanistan proprio perché la presenza militare aveva reso impossibile distinguere gli ambiti. Noi non ci siamo ritirati ma rifiutamo di lavorare a Herat dove c'è il contingente italiano». Il Forum Solint, che riunisce 5 ong (tra cui il Cosv e Intersos), in un comunicato di pochi giorni fa chiede di mettere fine («in tempi da concordare ma rapidi») all'operazione Enduring Freedom, rivedere in sede Nato l'operazione Isaf, e ampliare il programma di cooperazione e aiuti alla società afghana. Se e quando saranno consultate, questo andranno a dire le ong italiane.
 
 
 fonte
scritto da linodigianni | 10:16 | commenti (2) Torna su
Categoria: politica, news, pacifismo



lunedì, giugno 05, 2006
 

I morti del Kossovo

Kossovo.jpg

Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.

Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.

Scarica l'ultimo numero del magazine Scarica "La Settimana" N°22
del 5 giugno 2006

Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | |
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scritto da linodigianni | 19:38 | commenti Torna su
Categoria: news, guerrenelmondo, pacifismo, uranio



martedì, maggio 30, 2006
 
Nota informativa sull’incontro col Presidente della Camera 29.05.06


Su invito del presidente della Camera dei Deputati, On. Fausto Bertinotti, alle 11.00 di questa mattina sono stati ricevuti Gino Strada, Luigi Ciotti, Alex Zanotelli e Tonio Dell’Olio, primi firmatari dell’appello lanciato alcuni giorni orsono ai parlamentari per chiedere di “interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan”.
Nonostante il silenzio-stampa che ha accompagnato l’appello, ad oggi sono pervenute alcune migliaia di firme tra singoli e associazioni che sono state consegnate al Presidente della Camera.

L’incontro ha preso il via concentrandosi su alcune questioni che, pur non contenute esplicitamente nell’Appello, stanno particolarmente a cuore al variegato e diffuso popolo della pace. Il presidente e gli invitati hanno concordato sull’opportunità di instaurare uno stile nuovo nei rapporti tra istituzioni politiche e società civile e si è valutata la possibilità di eleggere un luogo di interlocuzione a questo proposito. In secondo luogo è stata evidenziata una forte preoccupazione sulla crescita della ricerca in campo atomico e si è espresso l’auspicio di assumere una posizione decisa da parte delle istituzioni democratiche per invertire la tendenza. Per ultimo, i firmatari dell’appello hanno manifestato la determinazione ad intraprendere iniziative per la presentazione di una legge di iniziativa popolare sulle norme attuative dell’articolo 11 della Costituzione in modo da scongiurare in futuro le interpretazioni che ne impediscano la corretta attuazione come era nelle intenzioni dei padri costituenti.

Nel merito dell’appello tutti hanno riconosciuto che, mentre per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq si registra una sintonia da parte del governo Prodi e dell’intera coalizione di maggioranza, diverso è l’atteggiamento sulla missione militare in Afghanistan. A questo proposito sono state manifestate grosse riserve sul piano del diritto internazionale circa la presenza militare USA e dell’intera coalizione in Afghanistan, le difficoltà crescenti che la missione va incontrando sul terreno e la mancanza di un obiettivo concreto, circoscritto dell’impegno del nostro Paese in quella zona, ma soprattutto la violazione palese dell’art. 11 della nostra Carta Costituzionale. Si è anche evidenziato come proprio la presenza dei nostri militari in Afghanistan e l’ostilità di gran parte popolazione nei loro confronti metta in seria difficoltà anche la presenza civile italiana di cooperazione. Per queste ragioni i firmatari dell’appello continueranno a sollecitare l’azione di Governo e Parlamento in direzione del ritiro.

L’incontro si è concluso con grande cordialità e soddisfazione espressa da entrambe le parti nella prospettiva feconda di riuscire a rafforzare il clima di dialogo e di collaborazione nella costruzione di un’autentica cultura di pace.
llewal La mia homepage: http://humanrights.splinder.com Contattami Guarda il medialog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente llewal
scritto da linodigianni | 10:14 | commenti Torna su
Categoria: appelli, pacifismo, costituzione



giovedì, maggio 25, 2006
 
 

Interrompere le missioni. Appello al parlamento


Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori,

questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le vittime di guerra
italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia
per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo
Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori.

Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta
in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo,
per attuare con scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.

Poiché, secondo l'art.11, non è possibile usare la guerra come mezzo per
risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che
chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni
militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e
dall'Afghanistan.

L'unica verità della guerra sono le sue vittime.

Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime
sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità
quando le vittime non le vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo in
modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a
Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate nei villaggi afgani o saltate
in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.

Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue vittime, se è
vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza
con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di
pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed
al rispetto dell'art.11 della nostra Costituzione, di porre fine alla
presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non
rifinanziare queste missioni di guerra.

Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla
ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere,
senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla
diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L'intero sistema di intervento
va ripensato all'insegna di una nuova politica estera.

Ma per l'immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di
morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle
occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale
forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.

Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:

"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la strada"



PRIMI  FIRMATARI :

Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
Aderisce anche l'associazione Megachip.



I primi firmatari di questo appello sollecitano l'adesione di tutte le
persone e le associazioni che  si sentono impegnate per la pace e la
difesa dell'art.11 della Costituzione per rendere visibile l'ampia unità
del  popolo della pace.

Le adesioni si raccolgono presso:
parlamentodipace@gmail.com

 

 






scritto da linodigianni | 07:07 | commenti (3) Torna su
Categoria: news, appelli, pacifismo, costituzione



mercoledì, maggio 10, 2006
 

Amnesty: «I mercanti di armi alimentano stupri e torture»


 Armi, pistole in mostra
Il commercio di armi nel mondo non è mai stato così florido e questo grazie a una catena, sempre più in espansione, di intermediari, aziende di servizi logistici, trasportatori. Un sistema che alimenta uccisioni, stupri, torture e massicce violazioni dei diritti umani nel mondo. Il tutto grazie alle blande e ormai inadeguate norme che regolano il trasporto e il commercio di armamenti nel mondo e che vengono bypassate senza troppi intoppi. Il risultato: ogni anno in tutto il mondo circa mezzo milione di persone sono vittime della violenza armata. Il che significa che una persona al minuto muore a causa dal commercio di armamenti.

La denuncia arriva da Amnesty International. Nel rapporto Morte ad orologeria, elaborato dall´istituto di ricerche TransArms, l´organizzazione evidenzia come il trasporto delle armi sia diventato nel corso degli anni sempre sofisticato. E sempre più drammaticamente efficiente dato che riesce a portare centinaia di tonnellate di armi anche nei paesi in via di sviluppo e in quelli che, in teoria, sarebbero sottoposti ad embargo.

«Il ricorso a società di intermediazione ha reso più facile ai grandi fornitori di armi raggiungere i paesi in via di sviluppo – scrivono gli esperti di Amnesty – Paesi che oggi assorbono oltre i due terzi delle importazioni per la "difesa" mentre negli anni ´90 ne assorbivano solo il 50%».

Secondo Amnesty in circolazione ci sono 639 milioni di armi leggere. Otto milioni prodotte ogni anno. E la spesa media annuale per l'acquisto di armi nel mondo è di 22 miliardi di dollari.

Sotto accusa in particolare trasportatori e intermediari di Cina, Emirati Arabi Uniti, Israele. Ma anche Italia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Ucraina e paesi balcanici. Tutti sono responsabili di alimentare conflitti tra i più brutali del mondo. «Intermediari e trasportatori hanno collaborato alla consegna di molte delle armi usate per uccidere, stuprare e svuotare territori nei conflitti in corso in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo - spiega Brian Wood, ricercatore di Amnesty - I controlli alla dogana sono blandi e solo 35 paesi si sono dati la briga di introdurre leggi sull'intermediazione di armi. Tutto questo rende praticamente inevitabili ulteriori catastrofi dei diritti umani».

Il rapporto descrive nei dettagli la natura segreta, priva di regole e irresponsabile, di molte operazioni di intermediazione e trasferimento di armi, attraverso lo studio di una serie di casi. Come ad esempio le centinaia di migliaia di armi e milioni di munizioni, provenienti dalle scorte della guerra della Bosnia Erzegovina, che sono state esportate clandestinamente, sotto la direzione del dipartimento della Difesa Usa. «Questo materiale, pare destinato all'Iraq, è stato trasferito attraverso una serie di società di intermediazione e di trasporto private, compresa una compagnia aerea responsabile della violazione di un embargo delle Nazioni Unite sulle armi destinate alla Liberia» si legge nel report.

Ovviamente i casi più o meno illegali di trasporto di armamentianalizzati da Amnesty sono solo quelli che non sono andati a buon fine e che sono stati fermati dai controlli delle autorità. Ecco ad esempio la storia di uno spedizioniere olandese-britannico che ha spedito un ampio carico di munizioni ed esplosivi verso l'Arabia Saudita e le isole Mauritius attraverso una fabbrica brasiliana. Il carico è stato sequestrato dalle autorità del Sudafrica perché privo di licenza di trasporto. Ma il Brasile aveva autorizzato l'esportazione, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani in corso in Arabia Saudita. E poi ancora: il trasferimento, via mare, di ingenti quantitativi di armi dalla Cina verso la Liberia, attraverso un mediatore olandese. Il tutto in totale violazione di un embargo delle Nazioni Unite e nonostante le ampie prove di omicidi, stupri e terrore nei confronti della popolazione civile del paese africano.

Ma nono solo. Secondo Amnesty alcune di queste società private coinvolte in consegne illegali di armi sono state finanziate con denaro pubblico e utilizzate a sostegno delle missioni di pace delle Nazioni Unite e per distribuire aiuti umanitari. «È chiaro che l'attuale coacervo di regole non riesce minimamente a stare al passo col crescente numero di intermediari, delle società di servizi e dei trasportatori che operano a livello internazionale – spiega Sergio Finardi di TransArms - Le armi arrivano maledettamente in tempo e troppo spesso vengono usate per uccidere, stuprare e sfollare centinaia di migliaia di persone».

Il rapporto di Amnesty si chiude con una serie di raccomandazioni rivolte ai vari paesi per ottenere controlli più forti e rigorosi sul commercio delle armi attraverso norme internazionali coerenti. Tra queste leggi, regolamenti e procedure amministrative che impediscano, a livello nazionale, le attività di intermediazione, logistica e trasporto che contribuiscono a gravi violazioni dei diritti umani. Nonché rendere reato le violazioni degli embarghi dell'Onu sulle armi in tutti gli Stati e, in caso di gravi violazioni, considerarle crimini di giurisdizione universale.


mercoledì, marzo 22, 2006
 
Rachel Corrie, giovane pacifista nonviolenta americana, nata a Olympia (Washington) nel 1979, impegnata nell'associazione umanitaria International
Solidarity Movement come osservatrice per i diritti umani e in azioni di accompagnamento ed interposizione nonviolenta, il 16 marzo 2003 veniva uccisa da un bulldozer dell'esercito israeliano a Rafah, nella striscia di Gaza, mentre cercava di impedire l'abbattimento di una casa interponendo il proprio corpo. Aveva 23 anni.  Questa è una sua poesia.
 
Questo è un momento perfetto
è un momento perfetto per molte ragioni
ma soprattutto perché tu ed io
ci stiamo svegliando
dalla nostra complicità sonnambula, tonta, ciucciadito
con i maestri dell'illusione e della distruzione.
 
Grazie a loro, da cui fluiscono
queste benedizioni dolorose,
ci stiamo svegliando.
 
Le loro guerre e torture,
i loro diavoli e confini
estinzioni di specie
e malattie nuove di zecca
il loro spiare e mentire
in nome del padre, sterilizzando semi
e brevettando l'acqua, rubando i nostri sogni e
cambiando i nostri nomi,
i loro brillanti spot pubblicitari,
le loro continue prove generali
per la fine del mondo.
 
Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi
insegnamenti,
ci stiamo svegliando.
E come il cielo e la terra si incontrano,
come il sogno e la veglia si mescolano,
come il paradiso e gli inferi si intersecano,
notiamo il fatto esilarante e scioccante
che tocca a noi decidere
-tocca a noi decidere, a me e a te come
costruire un mondo nuovo di zecca.
 
Non in qualche lontano futuro o luogo distante
ma proprio qui ed ora
 
Così sono radicalmente curiosa, compagni miei
creatori;
sul serio in delirio:
visto che tocca a noi
costruire un Mondo Nuovo di zecca,
da dove cominciamo?
Quali domande ci alimenteranno?
 
Eccotene una:
nel Mondo Nuovo
saprai con tutto te stesso
che la vita è pazzamente innamorata di te
la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te.
 
Nel Nuovo Mondo
saprai al di là di ogni dubbio che migliaia di alleati nascosti
stanno dandosi da fare per farti diventare
quella bellissima curiosa creatura
cui sei destinato per nascita.
 
Ma poi arriva la domanda fatale:
l'amore con cui la vita eternamente ti inonda
non è stato corrisposto al suo meglio,
ma c'è ancora modo per mostrarsi più espansivi,
se la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te,
sei pronto a cominciare ad amare la vita così
come essa ti ama?
 
Nel Nuovo Mondo, lo farai.
 
Rachel Corrie
scritto da llewal | 20:00 | commenti (1) Torna su
Categoria: palestina, guerrenelmondo, pacifismo



giovedì, ottobre 13, 2005
 

Oggi, martedì 11-10, Il manifesto rilancia la notizia data ieri dal giornale di Sardegna: " Soldi e indennizzi, così paghiamo le basi Usa".
Dal Giornale di Sardegna del 10-10-2005
www.gds.sm
Le basi Usa a nostro carico, così l'Italia paga i marines
Sconti su bollette e trasporti, contributi in denaro contante per centinaia di milioni. Da La Maddalena ad Aviano la mappa delle servitù salatissime.  
Il caso. Il 37 per cento delle spese militari «di stazionamento» è a carico del governo italiano
Le nostre tasse per le basi degli Usa pagati ogni anno centinaia di milioni
Marco Mostallino
marco.mostallino@gds.sm
Lo Stato italiano paga ogni anno il trentasette per cento dei costi delle basi (Aviano, La Maddalena, Sigonella e altre) e dellele truppe americane di stanza nel nostro paese: risulta dai documenti ufficiali di bilancio delle forze armate Usa, del Dipartimento della difesa e del Congresso (il Parlamento) degli Stati Uniti. Nel 1999 il tributo versato da Roma a Washington è stato pari a 530 milioni di dollari (circa 480 milioni di euro), mentre nel 2002 i contribuenti italiani hanno partecipato alle spese militari americane per un ammontare di 326 milioni di dollari. Tre milioni sono stati dati in denaro liquido, il resto sotto forma di sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite che riguardano trasporti, tariffe e servizi ai soldati e alle famiglie. La maggior parte dei pagamenti, si legge nelle carte ufficiali del Governo di Washington, nascono da «accordi bilaterali» («bilateral agreements» nei testi originali) tra Italia e Stati Uniti, il resto viene dalla divisione delle spese in ambito Nato.
Il metodo di prelievo si chiama «burden-sharing» («condivisione del peso») ed è illustrato nel “Nato Burdensharing After Enlargment” pubblicato nell'agosto 2001 dal Congressional Budget Office (Ufficio per il bilancio) del Congresso. Vi si legge (capitolo III, pagina 27) che i comandi militari Usa stimano che grazie a questi accordi soltanto per le opere e i servizi nella base di Aviano «i contribuenti - (taxpayers) - americani hanno risparmiato circa 190 milioni di dollari».
Quanto all'impegno complessivo del nostro fisco verso gli Usa, il documento chiave è il Report on Allied Contributions to the Common Defense (rapporto sui contributi degli alleati alla difesa comune), consegnato nel marzo 2001 dal Segretario alla difesa (il ministro) al Congresso degli Stati Uniti. Alla pagina 6 della sezione I si legge quanto segue: «Italia e Germania pagano, rispettivamente, il 37 (l'Italia) e il 27 per cento dei costi di stazionamento di queste forze (le forze armate Usa, ndr)».
Nel rapporto “Defense Infrastructure” consegnato nel luglio 2004 al Congresso da parte dell'Ufficio governativo per la trasparenza, a pagina 18 si legge che «diversi Paesi europei forniscono vari tipi di sostegno da parte delle nazioni ospitanti. Per esempio, nel bilancio 2001, Germania e Italia hanno dato i maggiori contributi, valutati rispettivamente in 862 e in 324 milioni di dollari». Si tratta, spiega il rapporto, di contributi diretti e indiretti «aggiuntivi rispetto a quelli della Nato». 
Intesa bilaterale. In caso di dismissioni di basi Roma deve risarcire Washington per «l'investimento»
Il sito militare chiude?C'è anche l'indennizzo
I pagamenti di denaro italiano agli Stati Uniti non finiranno nemmeno nel caso - ipotetico, visto che La Maddalena si rafforza - di chiusura di basi e installazioni nel nostro Paese. Nei patti siglati dai governi di Roma e Washington esiste infatti una clausola chiamata “Returned Property - Residual Value”, anch'essa documentata negli atti ufficiali del Congresso americano. Il meccanismo - tutt'ora in vigore e confermato da carte di quest'anno - è ben illustrato nella testimonianza che il colonnello Dean Fox, capo del Genio dell'Aviazione Usa in Europa, rilasciò ai parlamentari degli Stati Uniti l'8 aprile del 1997. «Il ritiro (delle truppe, ndr) e la conseguente restituzione di alcune ex basi degli Stati Uniti alle nazioni ospitanti ha creato l'opportunità per gli Stati Uniti di reclamare il valore residuale come risarcimento degli investimenti statunitensi». È un diritto al pagamento delle “migliorie” apportate dalle forze armate Usa a territori che avrebbero avuto prima un valore inferiore. Gli accordi variano. Quelli con l'Italia sono descritti alla pagina 17 delle “osservazioni preliminari” del rapporto che l'Ufficio della Casa Bianca per la trasparenza (il Goa) ha consegnato al Congresso nel luglio del 2004: «Italia: gli accordi bilaterali stabiliscono che se il Governo italiano riutilizza le proprietà restituite entro tre anni (dalla restituzione, ndr), gli Stati Uniti possono riaprire le trattative per il valore residuale». Ciò comporta, oltre al pagamento dell'indennizzo, un vincolo per il riuso delle terre, perché in questo caso il rimborso aumenta. È vero che le intese prevedono anche che gli Usa paghino alla nazione ospitante i danni ambientali: ma in un rapporto della Commissione governativa per le basi militari all'estero (9 maggio 2005) si legge che finora questi costi sono risultati «limitati».
Marco Mostallino
www.peacelink.it

scritto da llewal | 08:01 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo



mercoledì, ottobre 12, 2005
 
Questa è la lettera che ho scritto e la poesia che ho mandato a Turi
Lettera a Turi Vaccaro, il pacifista che ha messo fuori uso due bombardieri. Sarà processato il 13 ottobre
Quello che hai fatto non è il tipo di azione che io sceglierei di fare, però voglio testimoniare che, ben più che una violazione di leggi, essa è un'affermazione di valori: il valore della vita contro gli strumenti di morte, pensati e voluti per dare la morte, e usati orribilmente per uccidere.
Enrico Peyretti
9 ottobre 2005
Turi Vaccaro
HvB De Boschpoort Nassausingel 26,
4811 DG Breda
the Netherlands

Il cacciabombardiere F-16 - public.andrews.amc.af.mil/jsoh/display_usaf.htmlCarissimo Turi,
leggo della tua azione e processo.
Ammiro il tuo coraggio e il significato della tua azione. Voglio soprattutto esprimerti la mia vicinanza solidale e morale, sperando che ti sostenga nella solitudine del carcere.

Quello che hai fatto non è il tipo di azione che io sceglierei di fare, però voglio testimoniare che, ben più che una violazione di leggi, essa è un'affermazione di valori: il valore della vita e della convivenza, il vivere insieme contro gli strumenti di morte, pensati e voluti per dare la morte, e usati orribilmente per uccidere.

Poesia

Quando passa un aereo da guerra
io lo maledico.
Il pilota no, che fa il mestiere
più infelice del mondo
peggio di pubblicani e prostitute.
Vorrei che gli nascessero due ali
d'angelo o di gabbiano
e scendesse sorridendo
nel giardino di casa sua
o nel cortile della scuola
per far ridere i bimbi.

 

Ma l'aereo
scheletro di mostro antidiluviano
che si schianti presto
sulle rocce più brulle del mondo
senza uccidere nemmeno
una lucertola.
E l'ingegnere che l'aveva pensato
si metta a fabbricare caffettiere
macchine da cucire, arnesi da falegname
o, se preferisce, giostre e ottovolanti.

Luca Sassetti

 


Io credo che giudici giusti e sensibili all'umanità, pur dovendo giudicare l'atto di danneggiamento materiale, debbano altrettanto riconoscere il tuo intento, che è un'affermazione della umanità, della pace, della vita, e perciò un'affermazione di giustizia. Ed è per affermare la giustizia, che i giudici sono posti a giudicare.

Tante volte la giustizia è più grande e più obbligatoria della legge, come hanno mostrato Socrate, Gesù, Thomas More, Thoreau, Gandhi, Badshah Khan, Martin Luther King, Franz Jägerstätter, per dire solo alcuni dei molti obiettori di coscienza nella storia umana.

"Bisogna obbedire a Dio perciò alla coscienza della fraternità umana - prima che agli uomini", hanno testimoniato con le stesse parole sia Socrate (Apologia) che gli Apostoli (Atti 5,29).

Muovere in avanti la legge per migliorarla in nome della giustizia è aiutare la legge a realizzare il suo scopo nella società umana: vivere insieme, non uccidersi l'un l'altro.

La guerra è sempre illegale per la Carta dell'Onu, che è la costituzione mondiale di pace. La guerra in corso nell'Iraq è illegalissima. Ogni gesto e parola contro la guerra è difesa e affermazione della legge dell'umanità.

Ti mando, per consolazione e divertimento, una poesia.

Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza! Pace, forza, e gioia!

Enrico Peyretti
non rassegnato
e-mail: e.pey@libero.it
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti
http://www.cssr-pas.org
http://www.ilfoglio.org

 

enrico peyretti

Note:

Per informazioni su ciò che ha fatto vedere http://lists.peacelink.it/news/msg09327.html

 

Indirizzo a cui scrivere lettere a Turi Vaccaro (che è italiano ed è felice di leggere la posta):

P. I. Bospoort
T.a.v. Dhr S. Vaccaro
nr. 1894430
Nassausingel 26
4811 DG Breda
Holland

fonte:  http://italy.peacelink.org/editoriale/articles/art_13020.html

scritto da alp | 20:38 | commenti Torna su
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giovedì, settembre 15, 2005
 
Sì alla vita delle persone, sì al divieto di uccidere, sì all'abolizione del mercato delle armi
Un referendum che riguarda l'umanita' intera
Il 23 ottobre in Brasile si svolgerà il primo referendum nella storia di quell'immenso paese: la popolazione tutta sarà chiamata a decidere se vuole proibire il commercio delle armi da fuoco.
Giacomo Alessandroni
Fonte: Centro di ricerca per la pace di Viterbo
La nonviolenza e' in cammino
Foglio quotidiano di approfondimento proposto a tutte le persone amiche della nonviolenza
14 settembre 2005

La nonviolenza e' in cammino. 1049 - 10 settembre 2005

Il 23 ottobre in Brasile sì alla vita delle persone, sì al divieto di uccidere, sì all'abolizione del mercato delle armi

continua

scritto da alp | 16:07 | commenti Torna su
Categoria: pacifismo



sabato, agosto 27, 2005
 
Ciau, Enzo

Iraq - 26.8.2005
Ricordando due ficcanaso
Un anno fa morivano Enzo Baldoni e il suo amico Ghareeb. Oggi nasce una fondazione per le vittime dell'occupazione
 

""Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". (Enzo G. Baldoni, agosto 2004)

Ho letto in questi giorni "Piombo e tenerezza" sul primo viaggio in Colombia di Enzo Baldoni dell'estate 2001 (lo consiglio a tutti, è in edicola allegato alla rivista "Diario"), e davvero leggendolo pareva di essere lì, portati per mano da quella voglia di scoprire e di capire la vita della cose e degli uomini che animava Enzo G. in ogni cosa che faceva. Enzo Baldoni, pubblicitario, scrittore, traduttore di fumetti satirici americani, giornalista freelance, blogger, fu rapito e ucciso un anno fa in Iraq, mentre guidava un convoglio della Croce Rossa. fonte

Firmate per Enzo Baldoni
Articolo 21 lancia un appello al presidente della Repubblica perché conferisca la medaglia d'oro al valor civile alla memoria a "un giornalista rigoroso e coraggioso"
di Diario
 
 

  Una medaglia al valor civile a Enzo Baldoni. Enrico Deaglio, il direttore di Diario, lo ha recentemente proposto al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
L'associazione Articolo 21, impegnata sul fronte della libertà di stampa, ha deciso di sposare l'iniziativa e ha avviato una raccolta di firme on line, certa che "il Presidente della Repubblica troverà i modi e le forme più opportune per ricordare una persona leale e generosa ed un giornalista rigoroso e coraggioso".

In molti hanno già sottoscritto l'appello. Tra loro Federico Orlando, Enzo Biagi, Giuseppe Giulietti, Paolo Serventi Longhi, Antonio Di Bella, Pino Scaccia, Giovanna Botteri, Maria Cuffaro, Toni Capuozzo...

Clicca qui per sottoscrivere l'appello.

Clicca qui per vedere chi lo ha già firmato.



Baldoni e Zonker

scritto da alp | 10:19 | commenti Torna su
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giovedì, giugno 09, 2005
 
Cantoni libera, Fini: sequestro anomalo
Thu June 9, 2005 6:29 PM GMT

ROMA (Reuters) - Quello di Clementina Cantoni è stato un sequestro anomalo, ha detto oggi il ministro degli Esteri Gianfranco Fini commentando in un collegamento tv la liberazione della volontaria in Afghanistan, e ha precisato che le trattative sono state gestite dal governo afghano.

"E' stato un sequestro anomalo direi, collegato a motivazioni di carattere estorsivo-criminale", ha detto Fini a SkyTg 24.

Il ministro ha precisato che a gestire la trattativa è stato il governo di Kabul.

Alla domanda se siano state fatte concessioni ai rapitori - che Kabul ha negato ci siano state - Fini ha risposto: "Di questo si è occupato il governo afghano".

Ricostruendo le difficoltà del sequestro, Fini ha detto che "c'è stata una serie interminabile di intermediari veri o presunti", ma "finalmente abbiamo ritrovato il bandolo della matassa".

Il ministro ha detto che Clementina - rapita lo scorso 16 maggio a Kabul - andrà "a casa quanto prima,... è fisicamente provata", e ha aggiunto che trascorrerà la notte nell'ambasciata italiana.

Fini ha precisato che per giungere alla liberazione sono stati importanti gli appelli lanciati da varie parti, anche dal capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, ed "è stato molto importante il ruolo della società civile, delle donne afghane".

 

scritto da alp | 20:56 | commenti (1) Torna su
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martedì, aprile 05, 2005
 

IMPERO E RESISTENZA.

INTERVISTA A ARUNDHATI ROY

di David Barsamian

 

Traduzione di Chiara Ginestra per Information Guerrilla

 

Fonte: International Socialist Review, Novembre/Dicembre 2004

 

Arundhati Roy è la celebre autrice de Il Dio delle Piccole Cose, vincitore del prestigioso Booker Prize. Il New York Times la definisce come “il più appassionato critico della globalizzazione e dell’influenza americana di tutta l’India”. E’ la vincitrice del Premio per la Libertà Culturale della Fondazione Lannan. I suoi ultimi libri sono The Checkbook and the Cruise Missile, scritto con David Barsamian [L’Impero e il vuoto, Guanda, 2004, N.d.T.], e An Ordinary Person’s Guide to Empire [Guida all’Impero per la Gente Comune, Guanda, 2003, N.d.T.] – entrambi pubblicati dalla South End Press - e Public Power in the Age of Empire, pubblicato da Seven Stories Press.

 

David Barsamian è il fondatore e il produttore radiofonico di Alternative Radio con sede a Boulder, Colorado. Le sue interviste e i suoi articoli appaiono regolarmente sull’ International Socialist Review. E’ autore di diversi libri, tra cui Propaganda and the Public Mind: conversation with Noam Chomsky, Eqbal Ahmad: Confronting Empire e The Decline and Fall of Public Broadcasting. Ha intervistato Arundhati Roy a Seattle nell’agosto del 2004.

 

 Mi piacerebbe cominciare con una citazione tratta da una recente intervista che ti ho fatto, pubblicata sul numero di luglio-agosto dell’International Socialist Review. In quell’occasione hai detto: “E’ che abbiamo a che fare con un sistema economico che soffoca la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Che cosa mai possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?”. Ho pensato che potesse essere facile cominciare proprio da questo. Cosa possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?

 

A tutt’oggi sono solo tre giorni che mi trovo negli Stati Uniti ma, ovviamente, ho già percepito molta elettricità nell’aria a causa delle prossime elezioni. Lo scorso maggio in India si sono tenute elezioni molto importanti. Credo che uno dei maggiori pericoli che corriamo sia che le politiche diventino una disputa in merito alle varie personalità che vi partecipano, dimenticandoci così del fatto che il sistema rimane sempre là al suo posto, e che non importa poi più di tanto chi abbia le redini in mano. Come ho affermato durante la mia conferenza all’American Sociological Association di San Francisco, in tutto questo feroce dibattito tra Democratici e Repubblicani e su chi tra Bush e Kerry sia migliore, sembra quasi che ci stiano chiedendo di scegliere un detersivo. Che tu scelga Ace o che tu scelga Ariel, il punto è che sono ambedue della Procter & Gamble.

 

Prima di tutto, dovremmo capire che ora come ora le elezioni sono una scelta soltanto apparente. In India ci troviamo di fronte all’aperto fascismo del Bharatiya Janata Party (BJP) e al velato comunismo nel quale il Congress Party si è crogiolato per cinquant’anni, preparando in molti sensi il terreno per l’ascesa dell’ala destra. E’ stato proprio il Congress Party ad aprire il mercato indiano alla globalizzazione delle corporation. L’unica differenza è stata che durante la campagna elettorale ha per lo meno dovuto mentire, ha per lo meno dovuto dire che era contro la vecchia linea tenuta fino ad allora.

 

Invece qui, negli Stati Uniti, non si abbassano neanche a questo. I Democratici non fanno neanche finta di essere contro la guerra o contro l’occupazione dell’Iraq. E ciò, io credo, è molto importante, perché il movimento contro la guerra in America è stato straordinario, un servizio non solo per la gente qui, ma anche per tutti noi nel mondo. Quindi, non si può permettere loro di dirottare i tuoi credo, e dare poi il tuo appoggio a chi è apertamente favorevole all’occupazione, a chi avrebbe attaccato l’Iraq anche se sapeva che non c’erano armi di distruzione di massa, a chi, tra l’altro, si vedrà assicurata la copertura delle Nazioni Unite per l’occupazione, a chi cercherà di ottenere che i soldati indiani e pakistani vadano a morire in Iraq, e che tedeschi, francesi e russi riescano a spartirsi il bottino dell’occupazione. E questo è meglio o peggio di quello che capita a chi vive nelle nazioni sottomesse all’impero?

 

Lo sappiamo tutti: ciò che oggi sta accadendo nel mondo è che si va radicando un sistema di disparità economica. Non è un caso che 580 plurimilionari in tutto il mondo abbiano un reddito maggiore del PIL di 135 fra i paesi più poveri. Nel mondo le disparità sono enormi. E non si tratta di disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra persone ricche e persone povere. Cosa possiamo fare a questo proposito?

 

Vi sono alcune cose da comprendere. Una è che il sistema di democrazia elettorale, come si configura ad oggi, è basato sull’accettazione religiosa dello stato-nazione, mentre il sistema della globalizzazione delle corporation non lo è. Il sistema della globalizzazione è basato sul fatto che il capitale liquido possa muoversi all’interno dei paesi poveri su scale enormi, dettando l’ordine del giorno e la politica economica di quei paesi tramite la propria penetrazione in quelle stesse economie.

 

Il capitale richiede il potere coercitivo dello stato-nazione di contenere la rivolta nelle fila dei servi. Ciò assicura che nessun paese da solo si erga contro il progetto di globalizzazione delle corporation, e questo spiega come persone quali Lula Inácio de Silva in Brasile e Nelson Mandela in Sudafrica, pur essendo “giganti” dell’opposizione, sul palcoscenico mondiale vengano poi ridotti a “nani”, ricattati dalla minaccia di una fuga del capitale.

 

Teoricamente, l’unica strada sarebbe confrontare tutto ciò con quello in cui noi siamo coinvolti, la globalizzazione del dissenso, l’unione di gente che non crede nell’impero. Dobbiamo seriamente darci la mano, attraverso tutti i paesi e tutti i continenti, e fermare tutto questo. Perché la globalizzazione non è inevitabile. E’ sancita da specifici contratti con specifiche firme di specifici governi e di specifiche aziende. E il nostro compito è metterla in ginocchio.

 

L’imperialismo, anni fa, era esclusivo campo di pertinenza di qualche erudito marxista. Era una parola oscena che non poteva essere pronunciata in pubblico. Oggi vi sono persone come Michael Ignatieff, che sembra avere illimitato accesso al New York Times, le quali scrivono storie da prima pagina esaltando le virtù di ciò che Ignatieff stesso definisce imperialismo “light”. E c’è qualcun altro, tipo Salman Rushdie, che scrive che in Afghanistan l’America “ha fatto ciò che doveva fare, e l’ha fatto bene”. Ora, mi domando, passati tre anni dall’attacco all’Afghanistan, con il ritorno dei signori della guerra e l’enorme incremento del traffico illegale di oppio, qual è la tua prospettiva sulla situazione di questo paese?

 

L’Afghanistan è stato appena riconsegnato ai signori della guerra nello stesso modo in cui fu abbandonato dopo che il governo americano fondò il mujahideen allo scopo di cacciare i russi. E oggi, Hamid Karzai, l’agente della CIA che lavorava per Unocal, non riesce neppure ad assicurare al popolo afgano la sua propria sicurezza. Deve contare su mercenari privati. Dal momento che ogni altra cosa è stata privatizzata, ora anche la sicurezza, la tortura, la direzione del sistema carcerario, ecc. sono state privatizzate. Quindi, cosa dire a Michael Ignatieff?

 

Sono nata e cresciuta in India; ho vissuto lì tutta la mia vita. Non ho mai passato molto tempo in occidente. Come dire, quando vieni qui e senti persone come Ignatieff pensi: persino i nostri fascisti certe cose non le dicono. Mi hanno chiesto spesso di prendere parte a dibattiti sull’imperialismo, e credo che ciò sia come chiedermi di parlare dei pro e dei contro dell’abuso sui minori. E’ qualcosa su cui dovrei argomentare? Dappertutto in India, anche sul più piccolo viottolo che percorri, senti forse dire alla gente che incontri: “ridateci indietro gli inglesi, ci manca così tanto il colonialismo”? E’ una sorta di nuovo razzismo. E non è poi così nuovo. Non possiamo neanche premiarli per l’originalità. Discussioni di questo tipo hanno avuto luogo in epoca coloniale pressoché nelle stesse identiche forme e con le stesse parole: “civilizzare il selvaggio” e così via. Non credo che sia qualcosa che meriti di essere discusso. E’ solo un aspetto del potere. E’ ciò che il potere sempre discuterà. E noi non possiamo permettere che svii la nostra attenzione neanche per cinque secondi.

 

In un’intervista più recente, ricordavi di aver vissuto da bambina nel Kerala, durante gli anni ’60, e di esserti chiesta molte volte se saresti stata considerata una “dink” o una “gook”. Oggi i termini sarebbero “raghead”, “towelhead” [“teste di stracci” N.d.T.]  e “Haji”.

 

Sì, il Kerala era molto stile Vietnam. Anche noi avevamo risaie, fiumi e comunisti. Eravamo solo a poche migliaia di chilometri a ovest del Vietnam. Certo, ricordo di essermi chiesta spesso se sarei saltata in aria tra i cespugli mentre magari voi suonavate in sottofondo qualche colonna sonora hollywoodiana.

 

Del resto, nulla è poi cambiato così tanto, tranne il fatto che tutto è stato rimandato indietro alla fabbrica di provenienza e di lì ne è riuscito con gli angoli smussati. Quest’anno, durante il Word Social Forum di Mumbai, ho tenuto una conferenza dal titolo “I tacchini festeggiano il Giorno del Ringraziamento?” nella quale c’è un piccolo passaggio che ora ti leggerò, una sorta di discorso sul nuovo imperialismo.

 

Come il Vecchio Imperialismo, anche il Nuovo Imperialismo conta per il suo successo su una serie di collaboratori – élites locali corrotte al servizio dell’Impero. Conosciamo tutti la squallida storia di Enron in India. L’allora governo Maharashtra firmò un accordo sul potere d’acquisto che diede a Enron profitti che ammontavano al 60% dell’intero budget dello sviluppo rurale dell’India. Ad una singola compagnia Americana fu garantito un profitto equivalente ai fondi monetari impiegati nello sviluppo di infrastrutture per circa cinquecento milioni di persone!

 

A differenza dei vecchi tempi, il Nuovo Imperialista non ha bisogno di trascinarsi per i tropici rischiando malaria, diarrea o una morte precoce. Il Nuovo Imperialismo può essere portato avanti via e-mail. Il volgare e concreto razzismo proprio del Vecchio Imperialismo è ormai superato. La pietra angolare del Nuovo Imperialismo è il Nuovo Razzismo.

 

La migliore allegoria del Nuovo Razzismo è la tradizione dell’“amnistia del tacchino” negli Stati Uniti. Ogni anno a partire dal 1947 la Federazione Nazionale del Tacchino omaggia il Presidente americano con un tacchino per il Thanksgiving. Ogni anno, a dimostrazione di magnanimità cerimoniale, il Presidente risparmia quel particolare volatile (e ne mangia un altro). Dopo aver ricevuto l’amnistia presidenziale, il Prescelto viene mandato a Frying Pan Park [“Villa Padella”, N.d.T.], un posto in Virginia, dove può continuare a vivere in pace la sua vita. Il resto dei cinquanta milioni di tacchini allevati per il Thanksgiving vengono massacrati e mangiati nel Giorno del Ringraziamento. ConAgra Foods, la compagnia che ha vinto l’appalto del Tacchino Presidenziale, afferma di addestrare i fortunati uccelli ad essere socievoli e ad interagire con dignitari, scolaresche e giornalisti. (E presto parleranno anche inglese!).

 

Ecco come funziona il Nuovo Razzismo nell’era delle corporazioni. Solo a pochi tacchini “di razza”, attentamente selezionati – le élites locali di vari paesi, una comunità di ricchi immigranti, banchieri, gli sporadici Colin Powell o Condoleezza Rice, qualche cantante, qualche scrittore (tipo me) – viene data l’assoluzione e un biglietto per Frying Pan Park. I milioni di persone rimanenti perdono il loro lavoro, vengono cacciate dalle loro case, viene tagliata loro acqua ed elettricità, muoiono di AIDS. In pratica, sono spacciati. Invece, i Polli Fortunati se la passano bene a Frying Pan Park. Alcuni di loro lavorano persino per l’FMI e il WTO – così, chi mai accuserebbe queste organizzazioni di essere anti-tacchino? Alcuni sono membri di punta del Comitato di Elezione del Tacchino – così, chi mai potrebbe dire che i tacchini sono contrari al Giorno del Ringraziamento? Essi vi partecipano! Chi oserebbe affermare che i poveri sono anti-globalizzazione? C’è già una tale ressa all’entrata di Frying Pan Park! Che importa se la maggior parte delle gente muore lungo la strada?

 

Come parte del progetto di Nuovo Razzismo abbiamo anche il Nuovo Genocidio. Il Nuovo Genocidio, in questa nuova era di interdipendenza economica, può venire facilitato dalle sanzioni economiche. Nuovo Genocidio significa creare le condizioni che conducono ad una morte di massa senza dover andare materialmente ad ammazzare la gente. Dennis Halliday, che fu coordinatore umanitario per le Nazioni Unite in Iraq tra il 1997 e il 1998 (anno in cui, disgustato, rassegnò le dimissioni), utilizzò il termine genocidio per descrivere le sanzioni in Iraq. In Iraq, le sanzioni furono peggiori di Saddam Hussein perchè provocarono la morte di più di mezzo milione di bambini.

 

In questa nuova epoca, l’apartheid inteso come politica formale risulta antiquato e non necessario. Gli strumenti internazionali finanziari e di commercio sovrintendono a un complesso sistema di regolamentazione del commercio multilaterale e di accordi finanziari che comunque mantengono i poveri nei loro “bantustans” [riserve, territori sotto segregazione, N.d.T.]. Lo scopo di tutto ciò è di istituzionalizzare la povertà. Altrimenti, come potrebbe accadere che gli USA tassino un abito fatto da un operaio del Bangladesh venti volte più di un abito prodotto in Gran Bretagna? Altrimenti, perché i paesi che coltivano piante di cacao, come la Costa d’Avorio e il Ghana, vengono tassati al di fuori del mercato se cercano di convertire il cacao in cioccolato? Altrimenti, come potrebbe essere che paesi che coltivano il 90% del cacao mondiale producano solo il 5% del cioccolato? Come mai i paesi ricchi che spendono più di un miliardo di dollari al giorno in sussidi agli agricoltori chiedano che i paesi poveri, tipo l’India, ritirino tutti i sussidi all’agricoltura, compresa l’elettricità? Come potrebbe accadere che, dopo essere state saccheggiate dai regimi coloniali per più di mezzo secolo, le antiche colonie siano precipitate nel debito verso quegli stessi regimi, e che paghino loro 382 miliardi di dollari all’anno?

 

Le colonie sono andate fuori moda molte decine d’anni fa, ma dopo l’occupazione e la colonizzazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, mi sembra che tu richieda agli USA il compimento di qualche azione piuttosto radicale.

 

Non radicale, solo ragionevole. Dovrebbero farsi da parte e pagare un risarcimento.

 

Ma il “re impazzito”, come tu chiami George W. Bush, afferma che ora “il mondo è un posto più sicuro”. Ti senti più al sicuro in India, ora che Saddam Hussein non è più al potere in Iraq?

 

Veramente mi mancano quegli spettacolari allarmi di terrorismo in Technicolor, color rosa salmone, a pois, arancio, violetto o di qualunque altro colore siano in quel particolare giorno. In India – non sto parlando delle élites, ma della gente comune – esiste una distinzione tra governo e persone, tra il “sarkar”, come lo chiamiamo noi, e il pubblico. Ma qui, negli Stati Uniti, questo regime produttore di paura sintetica ha vincolato la gente al governo. E questo vincolo non si regge sulla salute pubblica, o sulla cura degli anziani, sull’educazione o sui servizi sociali, ma è perpetuato dalla paura. Credo che sarebbe un disastro per il Governo americano se improvvisamente ognuno di noi iniziasse a sentirsi al sicuro. Se consideri l’India, diciamo dal 1989 ad oggi, ci crederesti se ti dicessi che negli ultimi quattordici anni in Kashmir sono state uccise 80.000 persone? Ogni giorno ci sono attacchi terroristici. In stati quali l’Andra Pradesh 200 estremisti vengono uccisi ogni anno. Ogni giorno si registrano azioni di attivisti. Ma nessuno di noi vive nel terrore. Tutti sappiamo che ognuno deve solo continuare a vivere come già vive. La gente deriderebbe il governo che cominciasse con questa cosa dell’allarme terrorismo in Technicolor, perché ognuno ha un sacco di altri problemi. Quindi, io credo che non essere spaventati, qui, è un atto politico.

 

Sicuramente la stampa controllata dalle corporation in India non è diversa da quella negli Stati Uniti. In un certo senso, l’unica fortuna in India è che la maggior parte della gente non la legge, quindi bugie e indottrinamenti non penetrano molto a fondo.

 

A proposito dei media, in L’Impero e il Vuoto affermi che gli americani vivono in una “bolla fatta da molta pubblicità e nessuna informazione”. Come far scoppiare la bolla?

 

Credo che dovremmo riflettere su cosa i mass media ci stanno facendo. La gente che non ha mai vissuto negli USA a volte trova veramente difficile credere a che livello di indottrinamento si è arrivati qui. In qualche modo, in società più anarchiche, come l’India, non riesci ad indottrinare le persone così facilmente. Un giorno puoi imbatterti in un Kumbh Mela [un festival indù imperniato sul bagno rituale, N.d.R.], con un milione di persone ed un Naga Sadhu [un asceta indù o un monaco, N.d.R.] che cerca di trascinare la macchina dell’esattore distrettuale con il proprio pene. E tu non puoi andare lì a dirgli che la globalizzazione delle corporation è la soluzione a tutti i suoi problemi, basta solo bere più Coca-Cola. A volte è difficile per noi capire le conquiste e l’incisività che televisione e giornali raggiungono qui.

 

Penso che uno degli errori che molti di noi attivisti fanno sia quello di inveire contro i media delle corporation fino ad arrivare ad un punto in cui non si sa più cosa fare. E penso che ci siano due cose da tenere a mente. Una è che qui voi avete un potente mezzo di comunicazione alternativo. Voi avete Alternative Radio. Voi avete Democracy Now! Voi avete Internet. Stanno accadendo così tante cose, vi sono così tanti posti dove cercare informazioni. Ma penso che dovremmo fare una sorta di “attentato mediatico”, che consiste in questo: tu leggi