about
Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it ![]() ![]() Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà. ![]() |
:
adozioni a distanza
appelli
argentina
armi
bambini in guerra
centri
contro la pena di morte
costituzione
detenzione
diaro di augusta
diritti
emergency
etiopia
guerrenelmondo
intercultura
intervista
iraq giornali
manifestazioni
news
non violenza
opinioni degli altri
pacifismo
palestina
politica
putin
russia
sottoscrivi per emergency
storia
torture
traffico armi
uranio
usa
vicenza
vietnam
vignette
zapatisti
riferimenti
Bloggerscontroguerradona
Battello Ebbro
AgliIncrocideiventi
Adista
Emergency
Il Manifesto
Amnesty
Indymedia
Peacelink
Reporter Associati
Peacereporter
Un ponte per
<$$>
blog archivio
oggi
ottobre 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.
La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.
Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.
Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:
EMERGENCY sarà presente con migliaia di volontari in oltre 200 piazze italiane per far conoscere i 12 anni di attività dell’associazione e dire insieme "no alla guerra".
Presso tutti i nostri banchetti, con una piccola donazione, potrai ricevere il nuovo calendario 2007 realizzato con i disegni originali di 12 illustratori italiani.
I fondi raccolti andranno a sostegno del Centro chirurgico per vittime di guerra “Tiziano Terzani” di Lashkar-gah, in Afganistan.

Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.
“Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.
|
Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | Muro del pianto |
Scrivi | Trackback

Oggi, martedì 11-10, Il manifesto rilancia la notizia data ieri dal giornale di Sardegna: " Soldi e indennizzi, così paghiamo le basi Usa".
Dal Giornale di Sardegna del 10-10-2005
www.gds.sm
Le basi Usa a nostro carico, così l'Italia paga i marines
Sconti su bollette e trasporti, contributi in denaro contante per centinaia di milioni. Da La Maddalena ad Aviano la mappa delle servitù salatissime.
Il caso. Il 37 per cento delle spese militari «di stazionamento» è a carico del governo italiano
Le nostre tasse per le basi degli Usa pagati ogni anno centinaia di milioni
Marco Mostallino
marco.mostallino@gds.sm
Lo Stato italiano paga ogni anno il trentasette per cento dei costi delle basi (Aviano, La Maddalena, Sigonella e altre) e dellele truppe americane di stanza nel nostro paese: risulta dai documenti ufficiali di bilancio delle forze armate Usa, del Dipartimento della difesa e del Congresso (il Parlamento) degli Stati Uniti. Nel 1999 il tributo versato da Roma a Washington è stato pari a 530 milioni di dollari (circa 480 milioni di euro), mentre nel 2002 i contribuenti italiani hanno partecipato alle spese militari americane per un ammontare di 326 milioni di dollari. Tre milioni sono stati dati in denaro liquido, il resto sotto forma di sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite che riguardano trasporti, tariffe e servizi ai soldati e alle famiglie. La maggior parte dei pagamenti, si legge nelle carte ufficiali del Governo di Washington, nascono da «accordi bilaterali» («bilateral agreements» nei testi originali) tra Italia e Stati Uniti, il resto viene dalla divisione delle spese in ambito Nato.
Il metodo di prelievo si chiama «burden-sharing» («condivisione del peso») ed è illustrato nel “Nato Burdensharing After Enlargment” pubblicato nell'agosto 2001 dal Congressional Budget Office (Ufficio per il bilancio) del Congresso. Vi si legge (capitolo III, pagina 27) che i comandi militari Usa stimano che grazie a questi accordi soltanto per le opere e i servizi nella base di Aviano «i contribuenti - (taxpayers) - americani hanno risparmiato circa 190 milioni di dollari».
Quanto all'impegno complessivo del nostro fisco verso gli Usa, il documento chiave è il Report on Allied Contributions to the Common Defense (rapporto sui contributi degli alleati alla difesa comune), consegnato nel marzo 2001 dal Segretario alla difesa (il ministro) al Congresso degli Stati Uniti. Alla pagina 6 della sezione I si legge quanto segue: «Italia e Germania pagano, rispettivamente, il 37 (l'Italia) e il 27 per cento dei costi di stazionamento di queste forze (le forze armate Usa, ndr)».
Nel rapporto “Defense Infrastructure” consegnato nel luglio 2004 al Congresso da parte dell'Ufficio governativo per la trasparenza, a pagina 18 si legge che «diversi Paesi europei forniscono vari tipi di sostegno da parte delle nazioni ospitanti. Per esempio, nel bilancio 2001, Germania e Italia hanno dato i maggiori contributi, valutati rispettivamente in 862 e in 324 milioni di dollari». Si tratta, spiega il rapporto, di contributi diretti e indiretti «aggiuntivi rispetto a quelli della Nato».
Intesa bilaterale. In caso di dismissioni di basi Roma deve risarcire Washington per «l'investimento»
Il sito militare chiude?C'è anche l'indennizzo
I pagamenti di denaro italiano agli Stati Uniti non finiranno nemmeno nel caso - ipotetico, visto che La Maddalena si rafforza - di chiusura di basi e installazioni nel nostro Paese. Nei patti siglati dai governi di Roma e Washington esiste infatti una clausola chiamata “Returned Property - Residual Value”, anch'essa documentata negli atti ufficiali del Congresso americano. Il meccanismo - tutt'ora in vigore e confermato da carte di quest'anno - è ben illustrato nella testimonianza che il colonnello Dean Fox, capo del Genio dell'Aviazione Usa in Europa, rilasciò ai parlamentari degli Stati Uniti l'8 aprile del 1997. «Il ritiro (delle truppe, ndr) e la conseguente restituzione di alcune ex basi degli Stati Uniti alle nazioni ospitanti ha creato l'opportunità per gli Stati Uniti di reclamare il valore residuale come risarcimento degli investimenti statunitensi». È un diritto al pagamento delle “migliorie” apportate dalle forze armate Usa a territori che avrebbero avuto prima un valore inferiore. Gli accordi variano. Quelli con l'Italia sono descritti alla pagina 17 delle “osservazioni preliminari” del rapporto che l'Ufficio della Casa Bianca per la trasparenza (il Goa) ha consegnato al Congresso nel luglio del 2004: «Italia: gli accordi bilaterali stabiliscono che se il Governo italiano riutilizza le proprietà restituite entro tre anni (dalla restituzione, ndr), gli Stati Uniti possono riaprire le trattative per il valore residuale». Ciò comporta, oltre al pagamento dell'indennizzo, un vincolo per il riuso delle terre, perché in questo caso il rimborso aumenta. È vero che le intese prevedono anche che gli Usa paghino alla nazione ospitante i danni ambientali: ma in un rapporto della Commissione governativa per le basi militari all'estero (9 maggio 2005) si legge che finora questi costi sono risultati «limitati».
Marco Mostallino
www.peacelink.it
Carissimo Turi,
leggo della tua azione e processo.
Ammiro il tuo coraggio e il significato della tua azione. Voglio soprattutto esprimerti la mia vicinanza solidale e morale, sperando che ti sostenga nella solitudine del carcere.
Quello che hai fatto non è il tipo di azione che io sceglierei di fare, però voglio testimoniare che, ben più che una violazione di leggi, essa è un'affermazione di valori: il valore della vita e della convivenza, il vivere insieme contro gli strumenti di morte, pensati e voluti per dare la morte, e usati orribilmente per uccidere.
|
Io credo che giudici giusti e sensibili all'umanità, pur dovendo giudicare l'atto di danneggiamento materiale, debbano altrettanto riconoscere il tuo intento, che è un'affermazione della umanità, della pace, della vita, e perciò un'affermazione di giustizia. Ed è per affermare la giustizia, che i giudici sono posti a giudicare.
Tante volte la giustizia è più grande e più obbligatoria della legge, come hanno mostrato Socrate, Gesù, Thomas More, Thoreau, Gandhi, Badshah Khan, Martin Luther King, Franz Jägerstätter, per dire solo alcuni dei molti obiettori di coscienza nella storia umana.
"Bisogna obbedire a Dio perciò alla coscienza della fraternità umana - prima che agli uomini", hanno testimoniato con le stesse parole sia Socrate (Apologia) che gli Apostoli (Atti 5,29).
Muovere in avanti la legge per migliorarla in nome della giustizia è aiutare la legge a realizzare il suo scopo nella società umana: vivere insieme, non uccidersi l'un l'altro.
La guerra è sempre illegale per la Carta dell'Onu, che è la costituzione mondiale di pace. La guerra in corso nell'Iraq è illegalissima. Ogni gesto e parola contro la guerra è difesa e affermazione della legge dell'umanità.
Ti mando, per consolazione e divertimento, una poesia.
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza! Pace, forza, e gioia!
Enrico Peyretti
non rassegnato
e-mail: e.pey@libero.it
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti
http://www.cssr-pas.org
http://www.ilfoglio.org
enrico peyretti
Note:
Indirizzo a cui scrivere lettere a Turi Vaccaro (che è italiano ed è felice di leggere la posta):
P. I. Bospoort
T.a.v. Dhr S. Vaccaro
nr. 1894430
Nassausingel 26
4811 DG Breda
Holland
fonte: http://italy.peacelink.org/editoriale/articles/art_13020.html
Il 23 ottobre in Brasile sì alla vita delle persone, sì al divieto di uccidere, sì all'abolizione del mercato delle armi
| Iraq - 26.8.2005 |
| Ricordando due ficcanaso |
| Un anno fa morivano Enzo Baldoni e il suo amico Ghareeb. Oggi nasce una fondazione per le vittime dell'occupazione |
|
|
|
""Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". (Enzo G. Baldoni, agosto 2004)
|
| Cantoni libera, Fini: sequestro anomalo |
|
Thu June 9, 2005 6:29 PM GMT
ROMA (Reuters) - Quello di Clementina Cantoni è stato un sequestro anomalo, ha detto oggi il ministro degli Esteri Gianfranco Fini commentando in un collegamento tv la liberazione della volontaria in Afghanistan, e ha precisato che le trattative sono state gestite dal governo afghano. "E' stato un sequestro anomalo direi, collegato a motivazioni di carattere estorsivo-criminale", ha detto Fini a SkyTg 24. Il ministro ha precisato che a gestire la trattativa è stato il governo di Kabul. Alla domanda se siano state fatte concessioni ai rapitori - che Kabul ha negato ci siano state - Fini ha risposto: "Di questo si è occupato il governo afghano". Ricostruendo le difficoltà del sequestro, Fini ha detto che "c'è stata una serie interminabile di intermediari veri o presunti", ma "finalmente abbiamo ritrovato il bandolo della matassa". Il ministro ha detto che Clementina - rapita lo scorso 16 maggio a Kabul - andrà "a casa quanto prima,... è fisicamente provata", e ha aggiunto che trascorrerà la notte nell'ambasciata italiana. Fini ha precisato che per giungere alla liberazione sono stati importanti gli appelli lanciati da varie parti, anche dal capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, ed "è stato molto importante il ruolo della società civile, delle donne afghane".
|
IMPERO E RESISTENZA.
INTERVISTA A ARUNDHATI ROY
di David Barsamian
Traduzione di Chiara Ginestra per Information Guerrilla
Fonte: International Socialist Review, Novembre/Dicembre 2004
Arundhati Roy è la celebre autrice de Il Dio delle Piccole Cose, vincitore del prestigioso Booker Prize. Il New York Times la definisce come “il più appassionato critico della globalizzazione e dell’influenza americana di tutta l’India”. E’ la vincitrice del Premio per la Libertà Culturale della Fondazione Lannan. I suoi ultimi libri sono The Checkbook and the Cruise Missile, scritto con David Barsamian [L’Impero e il vuoto, Guanda, 2004, N.d.T.], e An Ordinary Person’s Guide to Empire [Guida all’Impero per la Gente Comune, Guanda, 2003, N.d.T.] – entrambi pubblicati dalla South End Press - e Public Power in the Age of Empire, pubblicato da Seven Stories Press.
David Barsamian è il fondatore e il produttore radiofonico di Alternative Radio con sede a Boulder, Colorado. Le sue interviste e i suoi articoli appaiono regolarmente sull’ International Socialist Review. E’ autore di diversi libri, tra cui Propaganda and the Public Mind: conversation with Noam Chomsky, Eqbal Ahmad: Confronting Empire e The Decline and Fall of Public Broadcasting. Ha intervistato Arundhati Roy a Seattle nell’agosto del 2004.
Mi piacerebbe cominciare con una citazione tratta da una recente intervista che ti ho fatto, pubblicata sul numero di luglio-agosto dell’International Socialist Review. In quell’occasione hai detto: “E’ che abbiamo a che fare con un sistema economico che soffoca la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Che cosa mai possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?”. Ho pensato che potesse essere facile cominciare proprio da questo. Cosa possiamo fare al riguardo? Come possiamo affrontare tutto ciò?
A tutt’oggi sono solo tre giorni che mi trovo negli Stati Uniti ma, ovviamente, ho già percepito molta elettricità nell’aria a causa delle prossime elezioni. Lo scorso maggio in India si sono tenute elezioni molto importanti. Credo che uno dei maggiori pericoli che corriamo sia che le politiche diventino una disputa in merito alle varie personalità che vi partecipano, dimenticandoci così del fatto che il sistema rimane sempre là al suo posto, e che non importa poi più di tanto chi abbia le redini in mano. Come ho affermato durante la mia conferenza all’American Sociological Association di San Francisco, in tutto questo feroce dibattito tra Democratici e Repubblicani e su chi tra Bush e Kerry sia migliore, sembra quasi che ci stiano chiedendo di scegliere un detersivo. Che tu scelga Ace o che tu scelga Ariel, il punto è che sono ambedue della Procter & Gamble.
Prima di tutto, dovremmo capire che ora come ora le elezioni sono una scelta soltanto apparente. In India ci troviamo di fronte all’aperto fascismo del Bharatiya Janata Party (BJP) e al velato comunismo nel quale il Congress Party si è crogiolato per cinquant’anni, preparando in molti sensi il terreno per l’ascesa dell’ala destra. E’ stato proprio il Congress Party ad aprire il mercato indiano alla globalizzazione delle corporation. L’unica differenza è stata che durante la campagna elettorale ha per lo meno dovuto mentire, ha per lo meno dovuto dire che era contro la vecchia linea tenuta fino ad allora.
Invece qui, negli Stati Uniti, non si abbassano neanche a questo. I Democratici non fanno neanche finta di essere contro la guerra o contro l’occupazione dell’Iraq. E ciò, io credo, è molto importante, perché il movimento contro la guerra in America è stato straordinario, un servizio non solo per la gente qui, ma anche per tutti noi nel mondo. Quindi, non si può permettere loro di dirottare i tuoi credo, e dare poi il tuo appoggio a chi è apertamente favorevole all’occupazione, a chi avrebbe attaccato l’Iraq anche se sapeva che non c’erano armi di distruzione di massa, a chi, tra l’altro, si vedrà assicurata la copertura delle Nazioni Unite per l’occupazione, a chi cercherà di ottenere che i soldati indiani e pakistani vadano a morire in Iraq, e che tedeschi, francesi e russi riescano a spartirsi il bottino dell’occupazione. E questo è meglio o peggio di quello che capita a chi vive nelle nazioni sottomesse all’impero?
Lo sappiamo tutti: ciò che oggi sta accadendo nel mondo è che si va radicando un sistema di disparità economica. Non è un caso che 580 plurimilionari in tutto il mondo abbiano un reddito maggiore del PIL di 135 fra i paesi più poveri. Nel mondo le disparità sono enormi. E non si tratta di disparità tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra persone ricche e persone povere. Cosa possiamo fare a questo proposito?
Vi sono alcune cose da comprendere. Una è che il sistema di democrazia elettorale, come si configura ad oggi, è basato sull’accettazione religiosa dello stato-nazione, mentre il sistema della globalizzazione delle corporation non lo è. Il sistema della globalizzazione è basato sul fatto che il capitale liquido possa muoversi all’interno dei paesi poveri su scale enormi, dettando l’ordine del giorno e la politica economica di quei paesi tramite la propria penetrazione in quelle stesse economie.
Il capitale richiede il potere coercitivo dello stato-nazione di contenere la rivolta nelle fila dei servi. Ciò assicura che nessun paese da solo si erga contro il progetto di globalizzazione delle corporation, e questo spiega come persone quali Lula Inácio de Silva in Brasile e Nelson Mandela in Sudafrica, pur essendo “giganti” dell’opposizione, sul palcoscenico mondiale vengano poi ridotti a “nani”, ricattati dalla minaccia di una fuga del capitale.
Teoricamente, l’unica strada sarebbe confrontare tutto ciò con quello in cui noi siamo coinvolti, la globalizzazione del dissenso, l’unione di gente che non crede nell’impero. Dobbiamo seriamente darci la mano, attraverso tutti i paesi e tutti i continenti, e fermare tutto questo. Perché la globalizzazione non è inevitabile. E’ sancita da specifici contratti con specifiche firme di specifici governi e di specifiche aziende. E il nostro compito è metterla in ginocchio.
L’imperialismo, anni fa, era esclusivo campo di pertinenza di qualche erudito marxista. Era una parola oscena che non poteva essere pronunciata in pubblico. Oggi vi sono persone come Michael Ignatieff, che sembra avere illimitato accesso al New York Times, le quali scrivono storie da prima pagina esaltando le virtù di ciò che Ignatieff stesso definisce imperialismo “light”. E c’è qualcun altro, tipo Salman Rushdie, che scrive che in Afghanistan l’America “ha fatto ciò che doveva fare, e l’ha fatto bene”. Ora, mi domando, passati tre anni dall’attacco all’Afghanistan, con il ritorno dei signori della guerra e l’enorme incremento del traffico illegale di oppio, qual è la tua prospettiva sulla situazione di questo paese?
L’Afghanistan è stato appena riconsegnato ai signori della guerra nello stesso modo in cui fu abbandonato dopo che il governo americano fondò il mujahideen allo scopo di cacciare i russi. E oggi, Hamid Karzai, l’agente della CIA che lavorava per Unocal, non riesce neppure ad assicurare al popolo afgano la sua propria sicurezza. Deve contare su mercenari privati. Dal momento che ogni altra cosa è stata privatizzata, ora anche la sicurezza, la tortura, la direzione del sistema carcerario, ecc. sono state privatizzate. Quindi, cosa dire a Michael Ignatieff?
Sono nata e cresciuta in India; ho vissuto lì tutta la mia vita. Non ho mai passato molto tempo in occidente. Come dire, quando vieni qui e senti persone come Ignatieff pensi: persino i nostri fascisti certe cose non le dicono. Mi hanno chiesto spesso di prendere parte a dibattiti sull’imperialismo, e credo che ciò sia come chiedermi di parlare dei pro e dei contro dell’abuso sui minori. E’ qualcosa su cui dovrei argomentare? Dappertutto in India, anche sul più piccolo viottolo che percorri, senti forse dire alla gente che incontri: “ridateci indietro gli inglesi, ci manca così tanto il colonialismo”? E’ una sorta di nuovo razzismo. E non è poi così nuovo. Non possiamo neanche premiarli per l’originalità. Discussioni di questo tipo hanno avuto luogo in epoca coloniale pressoché nelle stesse identiche forme e con le stesse parole: “civilizzare il selvaggio” e così via. Non credo che sia qualcosa che meriti di essere discusso. E’ solo un aspetto del potere. E’ ciò che il potere sempre discuterà. E noi non possiamo permettere che svii la nostra attenzione neanche per cinque secondi.
In un’intervista più recente, ricordavi di aver vissuto da bambina nel Kerala, durante gli anni ’60, e di esserti chiesta molte volte se saresti stata considerata una “dink” o una “gook”. Oggi i termini sarebbero “raghead”, “towelhead” [“teste di stracci” N.d.T.] e “Haji”.
Sì, il Kerala era molto stile Vietnam. Anche noi avevamo risaie, fiumi e comunisti. Eravamo solo a poche migliaia di chilometri a ovest del Vietnam. Certo, ricordo di essermi chiesta spesso se sarei saltata in aria tra i cespugli mentre magari voi suonavate in sottofondo qualche colonna sonora hollywoodiana.
Del resto, nulla è poi cambiato così tanto, tranne il fatto che tutto è stato rimandato indietro alla fabbrica di provenienza e di lì ne è riuscito con gli angoli smussati. Quest’anno, durante il Word Social Forum di Mumbai, ho tenuto una conferenza dal titolo “I tacchini festeggiano il Giorno del Ringraziamento?” nella quale c’è un piccolo passaggio che ora ti leggerò, una sorta di discorso sul nuovo imperialismo.
Come il Vecchio Imperialismo, anche il Nuovo Imperialismo conta per il suo successo su una serie di collaboratori – élites locali corrotte al servizio dell’Impero. Conosciamo tutti la squallida storia di Enron in India. L’allora governo Maharashtra firmò un accordo sul potere d’acquisto che diede a Enron profitti che ammontavano al 60% dell’intero budget dello sviluppo rurale dell’India. Ad una singola compagnia Americana fu garantito un profitto equivalente ai fondi monetari impiegati nello sviluppo di infrastrutture per circa cinquecento milioni di persone!
A differenza dei vecchi tempi, il Nuovo Imperialista non ha bisogno di trascinarsi per i tropici rischiando malaria, diarrea o una morte precoce. Il Nuovo Imperialismo può essere portato avanti via e-mail. Il volgare e concreto razzismo proprio del Vecchio Imperialismo è ormai superato. La pietra angolare del Nuovo Imperialismo è il Nuovo Razzismo.
La migliore allegoria del Nuovo Razzismo è la tradizione dell’“amnistia del tacchino” negli Stati Uniti. Ogni anno a partire dal 1947 la Federazione Nazionale del Tacchino omaggia il Presidente americano con un tacchino per il Thanksgiving. Ogni anno, a dimostrazione di magnanimità cerimoniale, il Presidente risparmia quel particolare volatile (e ne mangia un altro). Dopo aver ricevuto l’amnistia presidenziale, il Prescelto viene mandato a Frying Pan Park [“Villa Padella”, N.d.T.], un posto in Virginia, dove può continuare a vivere in pace la sua vita. Il resto dei cinquanta milioni di tacchini allevati per il Thanksgiving vengono massacrati e mangiati nel Giorno del Ringraziamento. ConAgra Foods, la compagnia che ha vinto l’appalto del Tacchino Presidenziale, afferma di addestrare i fortunati uccelli ad essere socievoli e ad interagire con dignitari, scolaresche e giornalisti. (E presto parleranno anche inglese!).
Ecco come funziona il Nuovo Razzismo nell’era delle corporazioni. Solo a pochi tacchini “di razza”, attentamente selezionati – le élites locali di vari paesi, una comunità di ricchi immigranti, banchieri, gli sporadici Colin Powell o Condoleezza Rice, qualche cantante, qualche scrittore (tipo me) – viene data l’assoluzione e un biglietto per Frying Pan Park. I milioni di persone rimanenti perdono il loro lavoro, vengono cacciate dalle loro case, viene tagliata loro acqua ed elettricità, muoiono di AIDS. In pratica, sono spacciati. Invece, i Polli Fortunati se la passano bene a Frying Pan Park. Alcuni di loro lavorano persino per l’FMI e il WTO – così, chi mai accuserebbe queste organizzazioni di essere anti-tacchino? Alcuni sono membri di punta del Comitato di Elezione del Tacchino – così, chi mai potrebbe dire che i tacchini sono contrari al Giorno del Ringraziamento? Essi vi partecipano! Chi oserebbe affermare che i poveri sono anti-globalizzazione? C’è già una tale ressa all’entrata di Frying Pan Park! Che importa se la maggior parte delle gente muore lungo la strada?
Come parte del progetto di Nuovo Razzismo abbiamo anche il Nuovo Genocidio. Il Nuovo Genocidio, in questa nuova era di interdipendenza economica, può venire facilitato dalle sanzioni economiche. Nuovo Genocidio significa creare le condizioni che conducono ad una morte di massa senza dover andare materialmente ad ammazzare la gente. Dennis Halliday, che fu coordinatore umanitario per le Nazioni Unite in Iraq tra il 1997 e il 1998 (anno in cui, disgustato, rassegnò le dimissioni), utilizzò il termine genocidio per descrivere le sanzioni in Iraq. In Iraq, le sanzioni furono peggiori di Saddam Hussein perchè provocarono la morte di più di mezzo milione di bambini.
In questa nuova epoca, l’apartheid inteso come politica formale risulta antiquato e non necessario. Gli strumenti internazionali finanziari e di commercio sovrintendono a un complesso sistema di regolamentazione del commercio multilaterale e di accordi finanziari che comunque mantengono i poveri nei loro “bantustans” [riserve, territori sotto segregazione, N.d.T.]. Lo scopo di tutto ciò è di istituzionalizzare la povertà. Altrimenti, come potrebbe accadere che gli USA tassino un abito fatto da un operaio del Bangladesh venti volte più di un abito prodotto in Gran Bretagna? Altrimenti, perché i paesi che coltivano piante di cacao, come la Costa d’Avorio e il Ghana, vengono tassati al di fuori del mercato se cercano di convertire il cacao in cioccolato? Altrimenti, come potrebbe essere che paesi che coltivano il 90% del cacao mondiale producano solo il 5% del cioccolato? Come mai i paesi ricchi che spendono più di un miliardo di dollari al giorno in sussidi agli agricoltori chiedano che i paesi poveri, tipo l’India, ritirino tutti i sussidi all’agricoltura, compresa l’elettricità? Come potrebbe accadere che, dopo essere state saccheggiate dai regimi coloniali per più di mezzo secolo, le antiche colonie siano precipitate nel debito verso quegli stessi regimi, e che paghino loro 382 miliardi di dollari all’anno?
Le colonie sono andate fuori moda molte decine d’anni fa, ma dopo l’occupazione e la colonizzazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, mi sembra che tu richieda agli USA il compimento di qualche azione piuttosto radicale.
Non radicale, solo ragionevole. Dovrebbero farsi da parte e pagare un risarcimento.
Ma il “re impazzito”, come tu chiami George W. Bush, afferma che ora “il mondo è un posto più sicuro”. Ti senti più al sicuro in India, ora che Saddam Hussein non è più al potere in Iraq?
Veramente mi mancano quegli spettacolari allarmi di terrorismo in Technicolor, color rosa salmone, a pois, arancio, violetto o di qualunque altro colore siano in quel particolare giorno. In India – non sto parlando delle élites, ma della gente comune – esiste una distinzione tra governo e persone, tra il “sarkar”, come lo chiamiamo noi, e il pubblico. Ma qui, negli Stati Uniti, questo regime produttore di paura sintetica ha vincolato la gente al governo. E questo vincolo non si regge sulla salute pubblica, o sulla cura degli anziani, sull’educazione o sui servizi sociali, ma è perpetuato dalla paura. Credo che sarebbe un disastro per il Governo americano se improvvisamente ognuno di noi iniziasse a sentirsi al sicuro. Se consideri l’India, diciamo dal 1989 ad oggi, ci crederesti se ti dicessi che negli ultimi quattordici anni in Kashmir sono state uccise 80.000 persone? Ogni giorno ci sono attacchi terroristici. In stati quali l’Andra Pradesh 200 estremisti vengono uccisi ogni anno. Ogni giorno si registrano azioni di attivisti. Ma nessuno di noi vive nel terrore. Tutti sappiamo che ognuno deve solo continuare a vivere come già vive. La gente deriderebbe il governo che cominciasse con questa cosa dell’allarme terrorismo in Technicolor, perché ognuno ha un sacco di altri problemi. Quindi, io credo che non essere spaventati, qui, è un atto politico.
Sicuramente la stampa controllata dalle corporation in India non è diversa da quella negli Stati Uniti. In un certo senso, l’unica fortuna in India è che la maggior parte della gente non la legge, quindi bugie e indottrinamenti non penetrano molto a fondo.
A proposito dei media, in L’Impero e il Vuoto affermi che gli americani vivono in una “bolla fatta da molta pubblicità e nessuna informazione”. Come far scoppiare la bolla?
Credo che dovremmo riflettere su cosa i mass media ci stanno facendo. La gente che non ha mai vissuto negli USA a volte trova veramente difficile credere a che livello di indottrinamento si è arrivati qui. In qualche modo, in società più anarchiche, come l’India, non riesci ad indottrinare le persone così facilmente. Un giorno puoi imbatterti in un Kumbh Mela [un festival indù imperniato sul bagno rituale, N.d.R.], con un milione di persone ed un Naga Sadhu [un asceta indù o un monaco, N.d.R.] che cerca di trascinare la macchina dell’esattore distrettuale con il proprio pene. E tu non puoi andare lì a dirgli che la globalizzazione delle corporation è la soluzione a tutti i suoi problemi, basta solo bere più Coca-Cola. A volte è difficile per noi capire le conquiste e l’incisività che televisione e giornali raggiungono qui.
Penso che uno degli errori che molti di noi attivisti fanno sia quello di inveire contro i media delle corporation fino ad arrivare ad un punto in cui non si sa più cosa fare. E penso che ci siano due cose da tenere a mente. Una è che qui voi avete un potente mezzo di comunicazione alternativo. Voi avete Alternative Radio. Voi avete Democracy Now! Voi avete Internet. Stanno accadendo così tante cose, vi sono così tanti posti dove cercare informazioni. Ma penso che dovremmo fare una sorta di “attentato mediatico”, che consiste in questo: tu leggi
Su invito del presidente della Camera dei Deputati, On. Fausto Bertinotti, alle 11.00 di questa mattina sono stati ricevuti Gino Strada, Luigi Ciotti, Alex Zanotelli e Tonio Dell’Olio, primi firmatari dell’appello lanciato alcuni giorni orsono ai parlamentari per chiedere di “interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan”.
Nonostante il silenzio-stampa che ha accompagnato l’appello, ad oggi sono pervenute alcune migliaia di firme tra singoli e associazioni che sono state consegnate al Presidente della Camera.
L’incontro ha preso il via concentrandosi su alcune questioni che, pur non contenute esplicitamente nell’Appello, stanno particolarmente a cuore al variegato e diffuso popolo della pace. Il presidente e gli invitati hanno concordato sull’opportunità di instaurare uno stile nuovo nei rapporti tra istituzioni politiche e società civile e si è valutata la possibilità di eleggere un luogo di interlocuzione a questo proposito. In secondo luogo è stata evidenziata una forte preoccupazione sulla crescita della ricerca in campo atomico e si è espresso l’auspicio di assumere una posizione decisa da parte delle istituzioni democratiche per invertire la tendenza. Per ultimo, i firmatari dell’appello hanno manifestato la determinazione ad intraprendere iniziative per la presentazione di una legge di iniziativa popolare sulle norme attuative dell’articolo 11 della Costituzione in modo da scongiurare in futuro le interpretazioni che ne impediscano la corretta attuazione come era nelle intenzioni dei padri costituenti.
Nel merito dell’appello tutti hanno riconosciuto che, mentre per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq si registra una sintonia da parte del governo Prodi e dell’intera coalizione di maggioranza, diverso è l’atteggiamento sulla missione militare in Afghanistan. A questo proposito sono state manifestate grosse riserve sul piano del diritto internazionale circa la presenza militare USA e dell’intera coalizione in Afghanistan, le difficoltà crescenti che la missione va incontrando sul terreno e la mancanza di un obiettivo concreto, circoscritto dell’impegno del nostro Paese in quella zona, ma soprattutto la violazione palese dell’art. 11 della nostra Carta Costituzionale. Si è anche evidenziato come proprio la presenza dei nostri militari in Afghanistan e l’ostilità di gran parte popolazione nei loro confronti metta in seria difficoltà anche la presenza civile italiana di cooperazione. Per queste ragioni i firmatari dell’appello continueranno a sollecitare l’azione di Governo e Parlamento in direzione del ritiro.
L’incontro si è concluso con grande cordialità e soddisfazione espressa da entrambe le parti nella prospettiva feconda di riuscire a rafforzare il clima di dialogo e di collaborazione nella costruzione di un’autentica cultura di pace.