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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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sabato, novembre 10, 2007
 
"Parliamo per un attimo di come una tragedia si trasforma in
statistica... la maggior parte di noi sembra quasi indifferente alla
sofferenza di popoli interi, vicini e lontani, o a quella di centinaia
di milioni di esseri umani poveri, affamati, ammalati, sia nelle
nostre nazioni che in altre parti del mondo...

Con stupefacente facilita' creiamo meccanismi che hanno il compito di
farci prendere le distanze dalla sofferenza altrui. Riusciamo, nella
nostra coscienza e a livello emotivo, a ignorare il nesso causale che
esiste fra la prosperita' economica delle nazioni occidentali e la
poverta' altrui" (David Grossman)
scritto da linodigianni | 06:56 | commenti Torna su
Categoria: news, pacifismo, opinioni degli altri, emergency



sabato, giugno 09, 2007
 

Intervista al presidente Vladimir Putin: "Non so chi può avere ucciso Anna Politkovskaja
Non abbiamo alcun desiderio di tornare al totalitarismo"
"Quella morte è un danno
per la leadership russa"
di DANIEL BROESSLER e WERNER KILZ

 MOSCA - Signor presidente, non lontano da qui, dal Cremlino dove Lei governa, la giornalista Anna Politkovskaja è stata assassinata, pochi giorni prima della sua visita in Germania. Lei come ha reagito alla morte della persona che era la sua accusatrice più dura?
"L'assassinio di una persona è un crimine gravissimo, davanti alla società e anche di fronte a Dio. Dobbiamo arrestare e condannare i criminali. Purtroppo non è l'unico crimine di questo genere in Russia. Faremo di tutto per catturare gli assassini. La giornalista Politkovskaja era una voce critica contro l'attuale equilibrio di potere. In generale questo è tipico dei media, ma lei aveva assunto posizioni radicali. Negli ultimi tempi si era dedicata alla critica del potere in Cecenia. Ma la sua influenza politica non era molto grande. Era nota negli ambienti dei difensori dei diritti umani e nei media occidentali".

A chi giova la sua morte?
"L'assassinio della signora Politkovskaja è un grave danno per la leadership russa e specialmente per quella cecena. Un danno molto più grave di qualsiasi articolo di giornale. Questo orribile crimine causa un grande danno morale e politico alla Russia. Danneggia proprio il sistema politico che noi stiamo costruendo, un sistema in cui la libertà d'opinione è garantita a tutti, anche nei mass media".

Gli oppositori in Russia ritengono che il suo alleato più importante nella capitale cecena Grozny, il premier Ramzan Kadyrov, sia il possibile mandante dell'assassinio. Lo ritiene possibile?
"No. Posso anche spiegarvi perché. Le rivelazioni della signora non hanno né danneggiato la politica di Kadyrov né creato ostacoli alla sua carriera politica. Ramzan Kadyrov appartiene ai gruppi che un tempo hanno combattuto contro le truppe federali in Cecenia. Negli organi di sicurezza e nelle istituzioni cecene oggi possono lavorare tutti, a prescindere dalle loro opinioni o dal loro passato. I rapporti di forza politici in Cecenia sono complessi, ma questo non è un motivo per un omicidio. Forse c'è stato fastidio o collera per l'attività della giornalista, ma non posso immaginarmi che un esponente ufficiale possa pianificare un crimine così orribile".

Anche prima di questo crimine, i dubbi sulla libertà di stampa in Russia sono gravi. La tv non critica mai il presidente. Nel rapporto mondiale sulla libertà di stampa stilato da Reporter senza frontiere la Russia è piazzata malissimo, al 140mo posto. Lei ritiene che i media in Russia siano liberi?
"La Russia vive in una fase di transizione. I mass media si sviluppano, crescono. Nel nostro paese esistono diverse migliaia di emittenti tv. Per quanto gli uomini al potere possano auspicarlo, un controllo di un sistema mediatico così gigantesco non è possibile. Ancora più numerosi sono i media della carta stampata: 35mila testate, di cui oltre metà con partecipazione di editori stranieri".

Nella visita in Germania affronterà domande sui diritti umani, la libertà di stampa, la democrazia. Ciò la infastidisce? Si sente sottoposto a lezioni dall'esterno?
"No, mi ci sono abituato. Io credo che facciamo troppo poco per spiegare la situazione reale in Russia. Ci accusano ad esempio per una presunta concentrazione del potere a Mosca. Eppure la Germania ha deciso una riforma del federalismo che limita sostanzialmente il potere della Camera delle regioni. Ma questo non ci spinge a parlare di tendenze antidemocratiche in Germania. E' molto difficile capire dall'esterno cosa sia bene o male per un paese. Ma vi dico una cosa: noi non abbiamo alcun desiderio di tornare al sistema sovietico del centralismo e del totalitarismo. Guardate la carta della Russia: è un territorio gigantesco, il paese più vasto della Terra. Ci sono centinaia di gruppi etnici. Ma noi faremo di tutto per rispettare i principi del mondo civile - la democrazia - e per rispettare i diritti e le libertà dei nostri cittadini".

Come deve reagire la comunità internazionale al test atomico nordcoreano?
"Sarebbe troppo poco dire che siamo delusi. Noi condanniamo il test. Ha causato danni immensi al processo di non proliferazione delle armi nucleari. Primo, Le relazioni internazionali devono essere organizzate in modo da poter impedire eventi simili. Dobbiamo fare di tutto perché viga ovunque il diritto internazionale. Ogni Stato, grande o piccolo, deve sentirsi sicuro. Serve un sistema internazionale con piene garanzie di sicurezza per tutti. Allora i piccoli Stati non punteranno a dotarsi delle armi più moderne. Secondo: tutti gli Stati devono avere lo stesso diritto di accesso alle più moderne tecnologie, anche alla tecnologia nucleare. Naturalmente solo a scopi civili. Terzo, dobbiamo rafforzare il sistema di non proliferazione delle armi nucleari. Sarà già un successo tradurre in pratica i primi due punti. Quanto alla situazione in Corea del Nord, dobbiamo agire con mezzi politici e diplomatici, come con l'Iran. La nostra reazione deve essere adeguata".

Ritiene che sanzioni contro l'Iran siano possibili, visto il duro rifiuto di Teheran di sospendere l'arricchimento dell'uranio?
"Stiamo studiando tutte le opzioni. Ci sono possibilità di risolvere il problema. Non dovremmo spingerci in un vicolo cieco. Io non vorrei parlare prematuramente dei risultati dei colloqui, ma se c'è disponibilità al compromesso, si troverà una soluzione. Gli anni passati hanno mostrato che simili questioni possono essere risolte solo insieme. Una delle parti in causa non può imporre la sua opinione a tutte le altre".
E quale soluzione è possibile per la Corea del Nord?
"Con la Corea del Nord già da anni non si svolgono più negoziati. Non voglio discutere sulle cause di ciò, ma non si può interrompere il processo di dialogo. La luce alla fine del tunnel deve restare visibile".
(Copyright Sueddeutsche Zeitung-La Repubblica)

(11 ottobre 2006)  Torna su

scritto da linodigianni | 04:40 | commenti Torna su
Categoria: news, intervista, russia, putin



venerdì, maggio 18, 2007
 
Battiato e Peter Gabriel a Venezia per Emergency

Doppio appuntamento estivo in piazza San Marco, a Venezia, a favore di
Emergency.
Il 5 luglio salira' sul palco Franco Battiato mentre venerdi' 6 luglio
sara' la volta di Peter Gabriel.
Entrambi gli artisti si esibiranno per sostenere il Centro Salam di
cardiochirurgia di Khartoum, in Sudan.

I biglietti saranno in vendita da lunedi' 21 maggio sui circuiti
www.ticketone.it, www.vivaticket.it e Box Office (tel. 041.2719090).
Maggiori informazioni sui concerti e i prezzi dei biglietti da
martedi' 22 sul sito di Emergency.
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fonte: Irene Voltolini   gruppo: Sede Milano


venerdì, aprile 13, 2007
 

C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.

La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.


Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.


Come fare


Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:


971 471 101 55



lunedì, gennaio 22, 2007
 
"C'è bisogno di un'insurrezione non violenta. Anche a costo di andare in
galera". Così interviene padre Alex Zanotelli parlando dell'attuale
momento in un'intervista a cura di Cinzia Gubbini da Nairobi pubblicata
su "il manifesto" del 19/1/7
. Con insurrezione del pacifismo "voglio
dire che è arrivata l'ora di reagire, i cittadini devono trovare nuove
forme di mobilitazione, nuova visibilità. La verità è che, ormai, la
politica non ci sta più a sentire, vanno avanti dritti come treni, in
barba a tutto ciò che possiamo dire o pensare". Domanda: E cosa
bisognerebbe fare? "Occorre riflettere tutti insieme. E' già qualche
tempo che lo sto dicendo a Napoli: bisogna riunirsi e immaginare azioni
intelligenti, eclatanti e non violente. Qualcosa che fai una volta e poi
non ripeti più. E porsi nello spirito di dire: magari vado in galera, va
bene, lo accetto. Pur di riuscire a sbloccare questa situazione. Perché
davvero non se ne può più". Dopo aver parlato del significato del
trasferimento del supremo comando Nato da Londra a Napoli e del raddoppio della
base di Vicenza, Zanotelli - in merito alla questione urbanistica... -
continua: "Prodi si deve vergognare. E con lui tutto il governo: la
Finanziaria prevede quattro miliardi per le spese militari, ma come si
fa...". Domanda: Deluso, padre Zanotelli? "Deluso, sì. Mi aspettavo
qualcosa di diverso. Purtroppo non è questione di centrodestra o di
centrosinistra. E' che siamo nel cuore dell'impero, e il militarismo ne
è parte integrante. Se vuoi alzare il prodotto interno lordo, non è che
ci sia molto da fare. Bisogna rispettare certe regole per far parte di
coloro che si spartiscono la torta. Ecco spiegato il rifinanziamento
della missione in Afghanistan". "...La mobilitazione della società
civile è fondamentale. Come dimostra anche Vicenza...Ora bisogna trovare
solo il modo di farsi sentire di più".
scritto da linodigianni | 18:41 | commenti Torna su
Categoria: politica, news, pacifismo



martedì, novembre 07, 2006
 
Volontariato: Non chiamatemi più pacifista. Intervista a Gino Strada, fondatore di Emergency
d. L’incontro di Assisi del 26 agosto per la pace in Medio Oriente è stato interpretato da molti come un sì al multilateralismo e al ruolo dell’Onu, come l’aprirsi di una nuova fase. È così? r. Il movimento per la pace esprime un sentire molto più ampio e molto più importante delle sigle, delle organizzazioni e dei professionisti della politica. È un movimento di coscienze che attraversa milioni di persone in modi diversi e con sfumature diverse. Quando parliamo, invece, di organizzazioni e di sigle – tipo Tavola della Pace –, penso che siano morte e sepolte, perché non hanno nessuna capacità di essere propositive. Noi di Emergency non abbiamo aderito alla marcia del 26 agosto e non aderiamo nemmeno alla marcia per la pace di Perugia-Assisi 2006. Insomma, noi non faremo più niente con nessuna organizzazione che abbia scelto la guerra riguardo sia all’Afghanistan sia al Libano. Quand’anche un intervento militare fosse legittimo (cioè rispettoso delle vigenti leggi), da quando in qua la legalità e la legittimità sono dei valori di per sé? Io non sarei mai stato d’accordo sull’applicazione delle leggi razziali… Allora, dire che un intervento può anche essere legittimo, secondo i meccanismi che regolano l’Onu, non vuol dire che sia una scelta giusta. Mi preoccupa questa tendenza, dilagante e quasi universale, che considera la politica estera come politica militare. Che ritiene il militarismo e gli interventi militari come l’unica opzione possibile, tanto da non voler provare strade diverse. Ormai si dà per scontato che dove c’è un problema si mandano i militari. Poi, sotto quale egida e con quali regole d’ingaggio, sono questioni marginali. Mi preoccupa che questa tendenza sia stata assunta da organizzazioni che fanno parte del movimento per la pace. Organizzazioni che, quando erano gli avversari politici a fare le guerre, avevano una posizione, mentre se sono gli amici politici a fare le guerre, come oggi, hanno una posizione diversa. d. Che cosa dovrebbe fare il movimento della pace in questo momento? r. C’è bisogno di riflessioni profonde. Ma la riflessione, se non è frutto di una pratica, non può avvenire. E qui casca l’asino. Un conto è una pratica che si risolve nell’organizzare la Perugia-Assisi, un conto è mettere in piedi, per esempio, una forza d’interposizione senza armi. Per farlo seriamente servono milioni di euro. A chi li chiediamo? d. Sta dicendo che ognuno deve tornare a fare ciò che è capace di fare? r. Ciascuno faccia il suo pezzettino di pratica di diritti umani, di dialogo, di pace, di solidarietà. Dove si lavora con certi atteggiamenti, si ottengono risultati. Lo abbiamo visto in tutti i paesi in guerra dove siano presenti: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto di tutti. d. Quindi il movimento per la pace deve rinunciare a rompere le scatole al governo, ai partiti, alla politica? r. Il movimento è vasto e fa tante cose. Ci sono state organizzazioni che, prima sull’Afghanistan e poi sul Libano, hanno cambiato la rotta di 180°. Perché? Uno del movimento, Giulio Marcon, ha detto: «Il primo motivo ideale si chiama euro». Sono d’accordo. Qualcuno è stato assoldato dalla cooperazione italiana. Esempio. Tra le associazioni del coordinamento delle organizzazioni non governative italiane che lavorano in zona di guerra, ce n’è qualcuna che non sa distinguere un forno a microonde da un Kalashnikov… Aspetto soltanto che la situazione in Afghanistan si deteriori ancora un po’ e una ong, tipo Alisei, sparirà per sempre da Kabul, con grande sollievo degli afgani. Poi ci sono organizzazioni sponsorizzate in maniera evidente dai partiti: penso a Intersos e alla Margherita. Questo per dire che quel mondo lì ha rinunciato a essere di sprone e di critica alla politica. Pubblicità ce24ore
 
È accodato alla politica. Direi, a qualsiasi politica. d. Lei ha un rapporto di amicizia con padre Zanotelli e don Ciotti. Stavolta avete posizioni diverse. Continuate a parlarvi? r. Ho sentito Alex un paio di volte e devo dire che siamo sostanzialmente in sintonia, considerate le tante garanzie che ha chiesto per l’invio della forza d’interposizione in Libano. Ho cercato Luigi, dopo che avevo letto la posizione di Libera, per dirgli: «Sei impazzito»? Ma non l’ho ancora trovato. Credo che avremo modo di parlarci. d. Però l’impasse c’è. Le organizzazioni vanno un po’ per conto loro… r. Oppure vanno a gruppi in supporto alla politica. Guardiamo al flop del 26 agosto. La questura ha dato 1.000 partecipanti, gli organizzatori 2.000. E fin qui siamo nella fisiologia. Ma La Repubblica ha scritto 6.000. C’è stato un uso politico di quella manifestazione, che – intendiamoci – è stata messa in piedi per essere usata politicamente. Per me questa si chiama propaganda di guerra Altro esempio: quando lanciammo nel settembre 2002 la campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”, anche per sollecitazioni interne ed esterne a Emergency, decidemmo di farla insieme ad altri. C’erano quattro sigle: Emergency, Libera, Rete Lilliput, Tavola della Pace. Due mesi e mezzo dopo nasce repentinamente “fermiamolaguerra.it”, in cui ci sono dentro tutte quelle organizzazioni lì, più i partiti. Ma non noi. Come vogliamo chiamarla: subalternità alla politica, sudditanza, servilismo? d. Emergency come intende muoversi? r. L’impegno di Emergency nei prossimi anni è di costruire il movimento contro la guerra. Noi non ci chiameremo più pacifisti. Ne sto discutendo, tra gli altri, con Noam Chomski e Eduardo Galeano… Mi sembra che l’unica cosa che ha un senso oggi sia di trattare la guerra come è stata trattata la schiavitù: come una cosa ripugnante che deve essere buttata fuori dalla storia. È un problema di coscienze e di culture. Se si riuscisse a far discutere l’Onu di questa questione (magari sollecitandolo con una lettera inviata da milioni di bimbi) sarebbe una bella cosa. L’Onu deve essere un interlocutore, anche se oggi sappiamo essere uno strumento nelle mani della Cia e di pochi altri. Oggi è un’Onu che non ha avuto la forza, dopo l’attacco all’Iraq, di convocare un’assemblea straordinaria e di proporre una mozione di espulsione di Stati Uniti e di tutti gli altri che si sono accodati. d. Come giudica il quadro internazionale? r. Siamo in una fase di militarismo con tendenze che mi ricordano la Germania del ’34-’35. Ormai la logica della guerra è stata accettata dalle coscienze. Qui bisogna riprendere in mano il pensiero di Einstein e di Bertrand Russell. Quando Einstein nel ’32 scrisse che la guerra non si può umanizzare ma si può solo abolire, lo presero per scemo… Oggi siamo ancora lì: nessuno vuol affrontare il problema. Abolire la guerra non è un problema legislativo, ma di coscienza. Bisogna invertire questo processo e far penetrare nelle coscienze della gente l’idea che la guerra, cioè la violenza di massa, è ripugnante, degradante e disumana. La guerra è talmente contro natura che il potere deve impegnare tutte le sue forze, compresi i media, per convincerci che la guerra fa bene. Il potere arriva a chiamare pace la guerra. Oggi trovarsi in un conflitto internazionale nucleare è questione di un giorno. Il giorno prima non succede nulla, il giorno dopo uno ha tirato la bomba ed è successo tutto. E noi culturalmente dove siamo? Durante il processo di 15 anni di crescita del militarismo nazista c’era comunque chi pensava e agiva diversamente, chi si opponeva. Oggi nessuno si muove. Questa è la tragedia. 
 
 http://www.caserta24ore.it/news/articolo.asp?id=15018&TT=Attualit%C3%A0


giovedì, ottobre 19, 2006
 

sabato 28 ottobre 2006
giornata nazionale di

Emergency

Il 28 ottobre EMERGENCY ti aspetta in piazza.
Segnalo sul calendario!

EMERGENCY sarà presente con migliaia di volontari in oltre 200 piazze italiane per far conoscere i 12 anni di attività dell’associazione e dire insieme "no alla guerra".

Presso tutti i nostri banchetti, con una piccola donazione, potrai ricevere il nuovo calendario 2007 realizzato con i disegni originali di 12 illustratori italiani.

I fondi raccolti andranno a sostegno del Centro chirurgico per vittime di guerra “Tiziano Terzani” di Lashkar-gah, in Afganistan.



giovedì, settembre 28, 2006
 
 Le operazioni bancarie di Israele
 
Marco Boccitto [Il manifesto 22 settembre]
 
 
 Singolare raccolta fondi quella lanciata dall'esercito israeliano in varie città della West Bank. In particolare è stata assaltata, ripulita e semidistrutta una filiale della National Jordanian Bank a Nablus, insieme a 14 uffici di cambio tra Jenin, Tulkarem e Ramallah. Il bottino finale dichiarato dai militari è di 5 milioni di shekel (un milione e 200 mila dollari circa) e 170 mila dinari giordani (240 mila dollari), oltre a tre arresti. Le autorità palestinesi denunciano anche il «prelievo» di documenti e computer. Non è stata emessa ricevuta, ma l'operazione è andata comunque a buon fine. Solo che a Nablus sarebbe stato usato troppo esplosivo. Da qui le simpatiche scuse alla direzione della banca, per i danni al mobilio. Analogamente al 2004, quando un'azione simile aveva fruttato 9 milioni di dollari, provocando tumulti di piazza e la reazione della Giordania che si sentiva personalmente alleggerita, l'esercito ieri spiegava come quei soldi, provenienti da Siria e Iran, fossero destinati a Hamas, Jihad e Hezbollah. Fatte le dovute proporzioni, sarebbe come se la magistratura italiana contrastasse gli inghippi bancari nelle banche svizzere a cannonate e con le teste di cuoio dei Ros. L'immagine di una filiale stuprata dai corpi speciali, piuttosto che la sovranità violata di uno stato, in quel caso provocherebbe ben altri sussulti di coscienza. Visto il tasso di bombe a grappolo ultimamente addebitato sul conto dei civili libanesi, verrebbe quasi da gioire per l'impiego di queste tattiche «finanziarie». Se non fosse che Gaza è alla fame e che la distruzione della sua economia è parte fondante di questa guerra. «La guerra di cui il mondo non vuole sapere», titolava martedì The Independent la sua prima pagina dedicata ai bambini palestinesi uccisi negli ultimi mesi. La notizia della «rapina in banca» si aggiunge così, come una spolverata di zucchero a velo, sulla mattanza quotidiana. Considerando che ieri i raid hanno ucciso un solo palestinese e i razzi Qassam lanciati oltre confine hanno ferito un solo israeliano. Giornata quasi celestiale, con sottofondo di risacca mediterranea e cinguettìo diffuso, perché da Bari arriva anche la storia secondo cui israeliani, libanesi e palestinesi, complice la Fiera del Levante, si coordineranno presto in materia di parchi naturali. Forse troppo.
 
 
... e noi cosa possiamo fare?
 
Possiamo dare il nostro sostegno al popolo Palestinese ponendoci un obiettivo:
50.000  dollari  [circa 40.000 Euro]
simbolicamente la stessa cifra donata dagli americani per il benessere ed il comfort dei soldati israeliani che occupano la Palestina, portarli poi a Gaza per l’acquisto di medicine  e presidi sanitari per quello che rimane delle strutture di pronto soccorso negli ospedali Palestinesi.
 
Versamenti su Carta postepay: 4023 6004 3028 4846  intestata a Rosario Citriniti.
Si può anche versare con Bonifico bancario intestato a: Cooperativa MAG4 Piemonte sul conto corrente 130107022
ABI 08833 CAB 01000 [BCC Casalgrasso Ag. Torino] Importante segnalare la causale Emergenza Palestina.
La campagna e tutti i versamenti saranno documentati su: www.lacaverna.it/emergenzapalestina (Sito del Torino Social Forum)
 
 


venerdì, giugno 30, 2006
 
«Non usateci come copertura». Le ong italiane e l'Afghanistan
Marina Forti
Lavoreremo con le organizzazioni non governative, consulteremo le ong: il ministro degli esteri Massimo D'Alema lo ha detto più volte, parlando dell'intervento italiano in Afghanistan. E le ong italiane, cosa dicono? Sono state consultate? «Per il momento abbiamo avuto contatti con il viceministro degli esteri Patrizia Sentinelli: questo significa che ora abbiamo un interlocutore, cosa che non succedeva con il governo predecente», risponde Cinzia Giudici, presidente del Cosv (una delle più antiche ong italiane di cooperazione allo sviluppo), e vicepresidente dell'Associazione delle Ong italiane. «Cosa diremo al governo? Chenonvogliamo essere usati come copertura», continua Giudici: «Alcune ong italiane lavorano in Afghanistan. Fanno un lavoro umanitario e civile, con partners locali di cui si fidano e che sono in grado di gestire i progetti. Nonhanno bisogno della 'protezione fisica' dei militari. Al contrario: la copertura deimilitari ci mette in pericolo». Un'organizzazione come Emergency sostiene da tempo che l'Italia deve ritirare il suo contingentemilitare dall'Afghanistan. Le altre ong cosa dicono? «Se e comel'Italia debba restare in Afghanistan è unascelta politica in cuinonvogliamo essere messi in mezzo, e a cui non vogliamofare da copertura», dice Giudici. Insiste: «Non abbiamo bisogno di militari per condurre un intervento civile, e questo è vero soprattutto in Afghanistan e in Iraq». In che senso, «soprattutto»? «Perché in queste due realtà è particolarmente forte il rischio di confondere tra intervento civile emilitare». La confusione di ruoli tra civili e militari è «il problema di fondo» per chi lavora inun paese in conflitto, dice Patrizia Santillo, presidente della ong emiliana Gvc (che sostiene un progetto sanitario a Kabul insieme a Hawca, ong di donne afghane nata anni fa nei campi profughi del Pakistan: ora non ha proprie persone sul posto, troppo costoso e pericoloso). «In Afghanistan i militari italiani non sono una presenza di interposizione. E noi nonvogliamo né possiamo essere confusi con i militari: sul piano della sicurezza e anche sul piano politico, perché noi lavoriamo per la pace, non la guerra». Il problema nasce dall'ambiguità della presenza militare occidentale, e italiana. «C'è una sovrapposizione tra l'operazione di guerra al terrorismo Enduring Freedom, che è un'iniziativa di guerra e unilaterale sotto il comando degli Stati uniti, e la missione Isaf che in teoria aveva il mandato di mantenere l'ordine in aiuto alle autorità afghane», riassume NinoSergi, presidente di Intersos, altraOngimpegnata in Afghanistan (continuativamente dal 2001): «Poi però l'operazione Isaf, passata sotto ilcomando Nato, è diventata anche un'operazione di caccia ai Taleban, cioè di guerra». La distinzione tra le due missioni si è annullata, e rischia di annullarsi anche la distinzione tra imilitari e gli operatori umanitari. «Siamo visti come un tutt'uno? E' questo il rischio. Medecin sans Frontières ha rinunciato a lavorare in Afghanistan proprio perché la presenza militare aveva reso impossibile distinguere gli ambiti. Noi non ci siamo ritirati ma rifiutamo di lavorare a Herat dove c'è il contingente italiano». Il Forum Solint, che riunisce 5 ong (tra cui il Cosv e Intersos), in un comunicato di pochi giorni fa chiede di mettere fine («in tempi da concordare ma rapidi») all'operazione Enduring Freedom, rivedere in sede Nato l'operazione Isaf, e ampliare il programma di cooperazione e aiuti alla società afghana. Se e quando saranno consultate, questo andranno a dire le ong italiane.
 
 
 fonte
scritto da linodigianni | 10:16 | commenti (2) Torna su
Categoria: politica, news, pacifismo



lunedì, giugno 05, 2006
 

I morti del Kossovo

Kossovo.jpg

Un militare mi ha spiegato alcune cose sulla nostra guerra nei Balcani. Mi ha chiesto di promuovere il suo libro il cui ricavato sarà devoluto alle famiglie dei 41 italiani morti e dei 300 malati a causa dell’uranio 238 utilizzato in Bosnia e Kossovo. Ragazzi e famiglie a cui non si interessa nessuno.
Così come a nessuno sembra interessare che l’utilizzo di uranio impoverito nelle armi da guerra contamini e uccida civili e militari. Qualche politico ha fatto carriera con la guerra nel Kossovo. Altri italiani, più semplicemente, sono morti e stanno ancora morendo.

Caro Beppe,
come d’accordo t’invio la copertina del libro e la scheda da compilare ed inviare all’indirizzo osservatoriomilitare@libero.it per ricevere il libro.
L’incasso è ovviamente devoluto alle famiglie dei militari morti e di quelli malati che non hanno la possibilità di curarsi.
Le famiglie di questi ragazzi deceduti vivono ma sono morte dentro, i figli, i mariti o padri vengono uccisi due volte: dall’ipocrisia prima e dall’indifferenza poi.
Ho creduto nel mio lavoro e dire che i miei amici morivano per colpa di qualche incosciente, credevo fosse un valore morale.
Purtroppo non è così, ho pagato sulla mia pelle la verità che non ho alcuna intenzione di tacere, e non perché se cala il silenzio sulla vicenda sarò finito anch’io, ma solo perché i drammi di questi ragazzi devono essere noti a tutti, dietro quei doppio petti eleganti che tanto vantano il sacrificio dei nostri ragazzi in giro per il mondo, vi è l’ipocrisia di uomini che non riescono più a fare i conti con la loro coscienza.
Non voglio parlare di me, la storia di questi ragazzi è più importante e chi leggerà il libro capirà e forse, il “Grillo” riuscirà a scuotere le nostre coscienza ancora una volta.
Grazie per quello che fai!” Domenico Leggiero.

Scarica l'ultimo numero del magazine Scarica "La Settimana" N°22
del 5 giugno 2006

Postato da Beppe Grillo il 05.06.06 18:25 | |
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scritto da linodigianni | 19:38 | commenti Torna su
Categoria: news, guerrenelmondo, pacifismo, uranio



giovedì, maggio 25, 2006
 
 

Interrompere le missioni. Appello al parlamento


Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori,

questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le vittime di guerra
italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia
per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo
Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori.

Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta
in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo,
per attuare con scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.

Poiché, secondo l'art.11, non è possibile usare la guerra come mezzo per
risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che
chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni
militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e
dall'Afghanistan.

L'unica verità della guerra sono le sue vittime.

Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime
sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità
quando le vittime non le vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo in
modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a
Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate nei villaggi afgani o saltate
in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.

Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue vittime, se è
vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza
con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di
pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed
al rispetto dell'art.11 della nostra Costituzione, di porre fine alla
presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non
rifinanziare queste missioni di guerra.

Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla
ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere,
senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla
diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L'intero sistema di intervento
va ripensato all'insegna di una nuova politica estera.

Ma per l'immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di
morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle
occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale
forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.

Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:

"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la strada"



PRIMI  FIRMATARI :

Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
Aderisce anche l'associazione Megachip.



I primi firmatari di questo appello sollecitano l'adesione di tutte le
persone e le associazioni che  si sentono impegnate per la pace e la
difesa dell'art.11 della Costituzione per rendere visibile l'ampia unità
del  popolo della pace.

Le adesioni si raccolgono presso:
parlamentodipace@gmail.com

 

 






scritto da linodigianni | 07:07 | commenti (3) Torna su
Categoria: news, appelli, pacifismo, costituzione



mercoledì, maggio 10, 2006
 

Amnesty: «I mercanti di armi alimentano stupri e torture»


 Armi, pistole in mostra
Il commercio di armi nel mondo non è mai stato così florido e questo grazie a una catena, sempre più in espansione, di intermediari, aziende di servizi logistici, trasportatori. Un sistema che alimenta uccisioni, stupri, torture e massicce violazioni dei diritti umani nel mondo. Il tutto grazie alle blande e ormai inadeguate norme che regolano il trasporto e il commercio di armamenti nel mondo e che vengono bypassate senza troppi intoppi. Il risultato: ogni anno in tutto il mondo circa mezzo milione di persone sono vittime della violenza armata. Il che significa che una persona al minuto muore a causa dal commercio di armamenti.

La denuncia arriva da Amnesty International. Nel rapporto Morte ad orologeria, elaborato dall´istituto di ricerche TransArms, l´organizzazione evidenzia come il trasporto delle armi sia diventato nel corso degli anni sempre sofisticato. E sempre più drammaticamente efficiente dato che riesce a portare centinaia di tonnellate di armi anche nei paesi in via di sviluppo e in quelli che, in teoria, sarebbero sottoposti ad embargo.

«Il ricorso a società di intermediazione ha reso più facile ai grandi fornitori di armi raggiungere i paesi in via di sviluppo – scrivono gli esperti di Amnesty – Paesi che oggi assorbono oltre i due terzi delle importazioni per la "difesa" mentre negli anni ´90 ne assorbivano solo il 50%».

Secondo Amnesty in circolazione ci sono 639 milioni di armi leggere. Otto milioni prodotte ogni anno. E la spesa media annuale per l'acquisto di armi nel mondo è di 22 miliardi di dollari.

Sotto accusa in particolare trasportatori e intermediari di Cina, Emirati Arabi Uniti, Israele. Ma anche Italia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Ucraina e paesi balcanici. Tutti sono responsabili di alimentare conflitti tra i più brutali del mondo. «Intermediari e trasportatori hanno collaborato alla consegna di molte delle armi usate per uccidere, stuprare e svuotare territori nei conflitti in corso in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo - spiega Brian Wood, ricercatore di Amnesty - I controlli alla dogana sono blandi e solo 35 paesi si sono dati la briga di introdurre leggi sull'intermediazione di armi. Tutto questo rende praticamente inevitabili ulteriori catastrofi dei diritti umani».

Il rapporto descrive nei dettagli la natura segreta, priva di regole e irresponsabile, di molte operazioni di intermediazione e trasferimento di armi, attraverso lo studio di una serie di casi. Come ad esempio le centinaia di migliaia di armi e milioni di munizioni, provenienti dalle scorte della guerra della Bosnia Erzegovina, che sono state esportate clandestinamente, sotto la direzione del dipartimento della Difesa Usa. «Questo materiale, pare destinato all'Iraq, è stato trasferito attraverso una serie di società di intermediazione e di trasporto private, compresa una compagnia aerea responsabile della violazione di un embargo delle Nazioni Unite sulle armi destinate alla Liberia» si legge nel report.

Ovviamente i casi più o meno illegali di trasporto di armamentianalizzati da Amnesty sono solo quelli che non sono andati a buon fine e che sono stati fermati dai controlli delle autorità. Ecco ad esempio la storia di uno spedizioniere olandese-britannico che ha spedito un ampio carico di munizioni ed esplosivi verso l'Arabia Saudita e le isole Mauritius attraverso una fabbrica brasiliana. Il carico è stato sequestrato dalle autorità del Sudafrica perché privo di licenza di trasporto. Ma il Brasile aveva autorizzato l'esportazione, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani in corso in Arabia Saudita. E poi ancora: il trasferimento, via mare, di ingenti quantitativi di armi dalla Cina verso la Liberia, attraverso un mediatore olandese. Il tutto in totale violazione di un embargo delle Nazioni Unite e nonostante le ampie prove di omicidi, stupri e terrore nei confronti della popolazione civile del paese africano.

Ma nono solo. Secondo Amnesty alcune di queste società private coinvolte in consegne illegali di armi sono state finanziate con denaro pubblico e utilizzate a sostegno delle missioni di pace delle Nazioni Unite e per distribuire aiuti umanitari. «È chiaro che l'attuale coacervo di regole non riesce minimamente a stare al passo col crescente numero di intermediari, delle società di servizi e dei trasportatori che operano a livello internazionale – spiega Sergio Finardi di TransArms - Le armi arrivano maledettamente in tempo e troppo spesso vengono usate per uccidere, stuprare e sfollare centinaia di migliaia di persone».

Il rapporto di Amnesty si chiude con una serie di raccomandazioni rivolte ai vari paesi per ottenere controlli più forti e rigorosi sul commercio delle armi attraverso norme internazionali coerenti. Tra queste leggi, regolamenti e procedure amministrative che impediscano, a livello nazionale, le attività di intermediazione, logistica e trasporto che contribuiscono a gravi violazioni dei diritti umani. Nonché rendere reato le violazioni degli embarghi dell'Onu sulle armi in tutti gli Stati e, in caso di gravi violazioni, considerarle crimini di giurisdizione universale.


domenica, giugno 12, 2005
 
Florence Aubenas e Hussein Hanoun sono liberi ::Iraq. Florence Aubenas e Hussein Hanoun sono liberi.
La giornalista sara' a Parigi questa sera alle 21
 
L'inviata di Liberation, Florence Aubenas
Baghdad, 12 giugno 2005
Dopo oltre 5 mesi di prigionia, la giornalista francese Florence Aub...
scritto da alp | 12:29 | commenti Torna su
Categoria: news, iraq giornali