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Parole contro la guerra







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Chi scrive qui dentro è contro ogni forma di guerra. Anche verbale. Anche virtuale.Per inviti su questo blog,scrivete il nick e l'url a: alp03@supereva.it


Gli Obiettivi di Emergency Portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati Dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, fame, povertà, emarginazione. Promuovere una cultura di pace e solidarietà.

Raduno dei bloggers contro la guerra
Sermide (Mantova)
Gennaio 2004

10 Euro per Emergency, entra nell'Esercito dei Bloggers che hanno deciso concretamente di dire NO alla guerra, facendo una donazione per Emergency.
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sabato, dicembre 22, 2007
 
Erano le cinque del pomeriggio. Dall'ingresso del pronto soccorso
entrano alcune persone, un papa' ha in braccio un bimbo, 10 anni
circa. Al bimbo manca meta' parte del viso ma parla, respira e non
piange, non una lacrima. Il povero Ab.Hady, quinto di dieci figli,
vive in un villaggio a piu' di 8 ore di macchina dal nostro ospedale
di Lashkar-gah, nel sud dell'Afganistan. Stava lavorando col padre in
un campo quando una bomba e' "caduta" dal cielo portandogli via mezza
faccia. Pensavamo tutti che morisse e invece no. Ha sopportato
delicati interventi chirurgici, medicazioni dolorose e il sondino
nasogastrico con il quale lo si nutriva.
Da pochi giorni Ab.Hady puo' mangiare, le ferite vanno meglio. Il suo
papa' e' sempre accanto a lui per fargli forza e dargli affetto.


Per approfondimenti sull'attivita' di Emergency in Afganistan:
http://www.emergency.it/menu.php?A=002&SA=007&ln=It

Per sostenere le attivita' di Emergency:
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=021&P=177&ln=It
scritto da linodigianni | 21:56 | commenti Torna su
Categoria: bambini in guerra, emergency



venerdì, dicembre 21, 2007
 

AUG ha scritto un nuovo post sul blog diariealtro ...

PROPOSTE e RISPOSTE


Devo una risposta ad un cortese interlocutore che il 26 novembre mi ha scritto:
”spero che tu crepi in fretta o che tu sia già stata mangiata dai vermi”.
Dell’augurio di una morte veloce non ho che da ringraziarlo. Se così ha da essere (ma...
scritto da linodigianni | 19:41 | commenti Torna su
Categoria:



sabato, novembre 10, 2007
 
"Parliamo per un attimo di come una tragedia si trasforma in
statistica... la maggior parte di noi sembra quasi indifferente alla
sofferenza di popoli interi, vicini e lontani, o a quella di centinaia
di milioni di esseri umani poveri, affamati, ammalati, sia nelle
nostre nazioni che in altre parti del mondo...

Con stupefacente facilita' creiamo meccanismi che hanno il compito di
farci prendere le distanze dalla sofferenza altrui. Riusciamo, nella
nostra coscienza e a livello emotivo, a ignorare il nesso causale che
esiste fra la prosperita' economica delle nazioni occidentali e la
poverta' altrui" (David Grossman)
scritto da linodigianni | 06:56 | commenti Torna su
Categoria: news, pacifismo, opinioni degli altri, emergency



mercoledì, ottobre 31, 2007
 
Ultima chiamata per il numero 48587, invio immediato di un SMS :O)

Fino alla mezzanotte di oggi 31 ottobre e' ancora possibile sostenere
il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan inviando SMS al 48587.

Ringraziamo tutti quelli che hanno inviato un SMS, tutti quelli che
hanno inviato piu' di un SMS, tutti quelli che hanno telefonato da
rete fissa e che ci hanno aiutato a promuovere la campagna "Diritto al
cuore" in questo ottobre tanto intenso.

RINGRAZIAMO TUTTI QUELLI CHE, AVENDO RICEVUTO IN TEMPO UTILE QUESTA
E-MAIL, PARTECIPERANNO ALLA GARA PER INVIARE L'ULTIMO SMS ENTRO LE
23.59'.59" : SARANNO TUTTI VINCITORI.

Ringraziamo tutti quelli che hanno partecipato alla campagna con ogni
altro mezzo di sostegno.

Vi ricordiamo che da domani 1 novembre non sara' piu' attivo il numero
48587, ma sara' possibile continuare a sostenere i progetti di
Emergency in tanti altri modi...
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=021&ln=It

scritto da linodigianni | 22:32 | commenti Torna su
Categoria: appelli, emergency



domenica, ottobre 28, 2007
 

Menu principale

 

Tuttinpiazza!

Il 28 ottobre EMERGENCY ti aspetta in piazza.
I volontari saranno presenti in oltre 200 piazze italiane per presentarti i progetti dell’associazione e per illustrarti in particolare l’attività del Centro «Salam».

Sui banchetti sarà inoltre disponibile il nuovo calendario 2008 di Emergency – SCENARI DI PACE.


scritto da linodigianni | 18:03 | commenti Torna su
Categoria: appelli, emergency



venerdì, luglio 13, 2007
 
Il Comitato di cittadini e lavoratori di
Vicenza Est <http://www.comitatovicenzaest.splinder.com/>http://www.comitatovicenzaest.splinder.com/
, che si oppongono al progetto Dal Molin e chiedono la conversione ad usi
civili della Caserma Ederle è lieto di invitarvi alla conferenza stampa con
il Prof. Philip Rushton, Università di Napoli, autore del
libro "Riportiamoli a casa - il dissenso nelle forze armate staunitensi" e
Chris Capp, disertore americano impegnato con i movimenti per la pace per
la fine della guerra e il ritiro delle truppe dal fronte.
Durante la conferenza verranno brevemente illustrati i progetti del
Comitato Vicenza Est per lasciare spazio ai prestigiosi ospiti. Seguirà
l'iniziativa "La Pace urlata al Megafono" di fronte alla Caserma Edrle per
invitare i soldati a non partecipare alla guerra e a dissociarsi dai
progetti di militarizzazione.
La conferenza stampa si svolgerà il giorno 12 luglio alle ore 18 presso i
locali della Cooperativa Insieme, in Via Dalla Scola 255 a Vicenza.
L'iniziativa di fronte alla Caserma Ederle si svolgerà alla sera. Le
iniziative sono realizzate in collaborazione con altri importanti gruppi e
comitati del movimento No Dal Molin-No Vicenza città militare la cui lista
verrà diffusa durante la conferenza stampa (le adesioni sono in corso*).

Sono previste iniziative della "Pace urlata al megafono" di fronte ad altri
siti militari in città il giorno 13 luglio.

Siamo già in grado di diffondere la lettera scritta da Chris Capps che
verrà distribuita di fronte alla Caserma Ederle, che risulta essere centro
di progettazione e preparazione delle guerre in corso.


Per contatti
<mailto:comitato.viest@libero.it>comitato.viest@libero.it
Anna Bortolotto
Andrea Licata



Italiani, e soldati di stanza in Italia, mi chiamo Chris Capps. Ero di
stanza in Germania poco prima del mio dislocamento a Baghdad, Iraq. Dopo
averci completato il mio turno di servizio sono stato riportato in Germania
dove ho appreso che fra meno di 9 mesi sarei stato inviato in Afghanistan.
Per me far parte di un'occupazione, anche quando non si è nel ruolo di
combattente diretto significa partecipare nell'oppressione del popolo
indigeno del paese che stavo occupando. Per me tale situazione era
inaccettabile e ho capito come uscire dall'esercito allontanandomi senza
permesso. Ormai sono fuori dall'esercito e faccio parte di
un'organizzazione che si chiama Veterani dell'Iraq contro la guerra (Iraq
Veterans Against the War). Sono qui in Italia come parte di un'iniziativa
per prendere contatti con soldati che si trovano di stanza qui e farli
capire che non sono soli nei sentimenti di disagio che provano nei
confronti del conflitto in Iraq. Come ho imparato in prima persona,
esistono altre scelte oltre a quella di accettare di essere inviato in
missione. Mi trovo qui come ospite dei gruppi di pace locali in Italia che
non vogliono assistere passivi né alla continuazione dell'attuale conflitto
né al vostro coinvolgimento nello stesso. Non vogliono assistere a
un'occupazione che venga supportata dal proprio territorio, né vogliono
accettare che voi, i loro attuali vicini di casa, vengano inviati a fare
parte dello stesso conflitto. Spero che ascoltiate sia la maggioranza degli
Americani sia la maggioranza degli italiani che vogliono porre fine ora a
tutto ciò.



Chris Capps






* Prime Adesione Comitato di Longare, Comitato di Arcugnano, Famiglie per
la Pace ...
scritto da linodigianni | 12:48 | commenti (1) Torna su
Categoria: pacifismo, vicenza



domenica, giugno 10, 2007
 
Afghanistan - 09.6.2007
Hanefi in pericolo di vita
Grave crisi renale per l’uomo di Emergency. Le autorità gli negano le cure
Emergency ha ricevuto dall'Afganistan notizie drammatiche su Rahmatullah Hanefi.

“Mercoledì – dichiara il vicepresidente dell’Ong, Carlo Grabagnati – anche i carcerieri hanno notato ciò che ai visitatori autorizzati sfuggiva o non interessava: che Rahmat stava male. Lo hanno accompagnato in un ospedale, dove si i medici hanno dichiarato che il suo unico rene appare gravemente compromesso e richiede cure urgenti. Nonostante il parere dei sanitari, i servizi di sicurezza afgani lo hanno ricondotto in carcere, rinchiudendolo in cella di isolamento”.  

“Ci sentiamo in dovere di comunicare – prosegue Garbagnati – che sin dall'inizio della vicenda la delicatissima condizione di Rahmat, che ha un solo rene, è stata da noi portata a conoscenza del presidente del Consiglio Romano Prodi e del ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Nessuno di loro ha mai dato segno di essersi interessato a questo aspetto del problema”. Il vicepresidente di Emergency ha poi rivolto un accorato appello: “Rahmatullah si trova in pericolo di vita! Sollecitiamo tutti a fare il possibile per salvarlo”.  

Poco confortanti anche le notizie che riguardano l’aspetto legale della faccenda. “Mentre la Farnesina assicura che tutto sta imboccando ‘i binari della legalità’ – dice Garbagnati – da una settimana all'avvocato nominato da Rahmat continua a essere negato l’accesso al fascicolo processuale del suo assistito”.
 
scritto da linodigianni | 16:31 | commenti Torna su
Categoria: appelli



sabato, giugno 09, 2007
 

Intervista al presidente Vladimir Putin: "Non so chi può avere ucciso Anna Politkovskaja
Non abbiamo alcun desiderio di tornare al totalitarismo"
"Quella morte è un danno
per la leadership russa"
di DANIEL BROESSLER e WERNER KILZ

 MOSCA - Signor presidente, non lontano da qui, dal Cremlino dove Lei governa, la giornalista Anna Politkovskaja è stata assassinata, pochi giorni prima della sua visita in Germania. Lei come ha reagito alla morte della persona che era la sua accusatrice più dura?
"L'assassinio di una persona è un crimine gravissimo, davanti alla società e anche di fronte a Dio. Dobbiamo arrestare e condannare i criminali. Purtroppo non è l'unico crimine di questo genere in Russia. Faremo di tutto per catturare gli assassini. La giornalista Politkovskaja era una voce critica contro l'attuale equilibrio di potere. In generale questo è tipico dei media, ma lei aveva assunto posizioni radicali. Negli ultimi tempi si era dedicata alla critica del potere in Cecenia. Ma la sua influenza politica non era molto grande. Era nota negli ambienti dei difensori dei diritti umani e nei media occidentali".

A chi giova la sua morte?
"L'assassinio della signora Politkovskaja è un grave danno per la leadership russa e specialmente per quella cecena. Un danno molto più grave di qualsiasi articolo di giornale. Questo orribile crimine causa un grande danno morale e politico alla Russia. Danneggia proprio il sistema politico che noi stiamo costruendo, un sistema in cui la libertà d'opinione è garantita a tutti, anche nei mass media".

Gli oppositori in Russia ritengono che il suo alleato più importante nella capitale cecena Grozny, il premier Ramzan Kadyrov, sia il possibile mandante dell'assassinio. Lo ritiene possibile?
"No. Posso anche spiegarvi perché. Le rivelazioni della signora non hanno né danneggiato la politica di Kadyrov né creato ostacoli alla sua carriera politica. Ramzan Kadyrov appartiene ai gruppi che un tempo hanno combattuto contro le truppe federali in Cecenia. Negli organi di sicurezza e nelle istituzioni cecene oggi possono lavorare tutti, a prescindere dalle loro opinioni o dal loro passato. I rapporti di forza politici in Cecenia sono complessi, ma questo non è un motivo per un omicidio. Forse c'è stato fastidio o collera per l'attività della giornalista, ma non posso immaginarmi che un esponente ufficiale possa pianificare un crimine così orribile".

Anche prima di questo crimine, i dubbi sulla libertà di stampa in Russia sono gravi. La tv non critica mai il presidente. Nel rapporto mondiale sulla libertà di stampa stilato da Reporter senza frontiere la Russia è piazzata malissimo, al 140mo posto. Lei ritiene che i media in Russia siano liberi?
"La Russia vive in una fase di transizione. I mass media si sviluppano, crescono. Nel nostro paese esistono diverse migliaia di emittenti tv. Per quanto gli uomini al potere possano auspicarlo, un controllo di un sistema mediatico così gigantesco non è possibile. Ancora più numerosi sono i media della carta stampata: 35mila testate, di cui oltre metà con partecipazione di editori stranieri".

Nella visita in Germania affronterà domande sui diritti umani, la libertà di stampa, la democrazia. Ciò la infastidisce? Si sente sottoposto a lezioni dall'esterno?
"No, mi ci sono abituato. Io credo che facciamo troppo poco per spiegare la situazione reale in Russia. Ci accusano ad esempio per una presunta concentrazione del potere a Mosca. Eppure la Germania ha deciso una riforma del federalismo che limita sostanzialmente il potere della Camera delle regioni. Ma questo non ci spinge a parlare di tendenze antidemocratiche in Germania. E' molto difficile capire dall'esterno cosa sia bene o male per un paese. Ma vi dico una cosa: noi non abbiamo alcun desiderio di tornare al sistema sovietico del centralismo e del totalitarismo. Guardate la carta della Russia: è un territorio gigantesco, il paese più vasto della Terra. Ci sono centinaia di gruppi etnici. Ma noi faremo di tutto per rispettare i principi del mondo civile - la democrazia - e per rispettare i diritti e le libertà dei nostri cittadini".

Come deve reagire la comunità internazionale al test atomico nordcoreano?
"Sarebbe troppo poco dire che siamo delusi. Noi condanniamo il test. Ha causato danni immensi al processo di non proliferazione delle armi nucleari. Primo, Le relazioni internazionali devono essere organizzate in modo da poter impedire eventi simili. Dobbiamo fare di tutto perché viga ovunque il diritto internazionale. Ogni Stato, grande o piccolo, deve sentirsi sicuro. Serve un sistema internazionale con piene garanzie di sicurezza per tutti. Allora i piccoli Stati non punteranno a dotarsi delle armi più moderne. Secondo: tutti gli Stati devono avere lo stesso diritto di accesso alle più moderne tecnologie, anche alla tecnologia nucleare. Naturalmente solo a scopi civili. Terzo, dobbiamo rafforzare il sistema di non proliferazione delle armi nucleari. Sarà già un successo tradurre in pratica i primi due punti. Quanto alla situazione in Corea del Nord, dobbiamo agire con mezzi politici e diplomatici, come con l'Iran. La nostra reazione deve essere adeguata".

Ritiene che sanzioni contro l'Iran siano possibili, visto il duro rifiuto di Teheran di sospendere l'arricchimento dell'uranio?
"Stiamo studiando tutte le opzioni. Ci sono possibilità di risolvere il problema. Non dovremmo spingerci in un vicolo cieco. Io non vorrei parlare prematuramente dei risultati dei colloqui, ma se c'è disponibilità al compromesso, si troverà una soluzione. Gli anni passati hanno mostrato che simili questioni possono essere risolte solo insieme. Una delle parti in causa non può imporre la sua opinione a tutte le altre".
E quale soluzione è possibile per la Corea del Nord?
"Con la Corea del Nord già da anni non si svolgono più negoziati. Non voglio discutere sulle cause di ciò, ma non si può interrompere il processo di dialogo. La luce alla fine del tunnel deve restare visibile".
(Copyright Sueddeutsche Zeitung-La Repubblica)

(11 ottobre 2006)  Torna su

scritto da linodigianni | 04:40 | commenti Torna su
Categoria: news, intervista, russia, putin



venerdì, maggio 18, 2007
 
Battiato e Peter Gabriel a Venezia per Emergency

Doppio appuntamento estivo in piazza San Marco, a Venezia, a favore di
Emergency.
Il 5 luglio salira' sul palco Franco Battiato mentre venerdi' 6 luglio
sara' la volta di Peter Gabriel.
Entrambi gli artisti si esibiranno per sostenere il Centro Salam di
cardiochirurgia di Khartoum, in Sudan.

I biglietti saranno in vendita da lunedi' 21 maggio sui circuiti
www.ticketone.it, www.vivaticket.it e Box Office (tel. 041.2719090).
Maggiori informazioni sui concerti e i prezzi dei biglietti da
martedi' 22 sul sito di Emergency.
-----------------------------------------------------

fonte: Irene Voltolini   gruppo: Sede Milano


martedì, maggio 08, 2007
 

Afghanistan, Emergency: nostri ospedali sequestrati da governo
lunedì, 7 maggio 2007 9.55 
Versione per stampa     
 
ROMA (Reuters) - L'ong Emergency ha denunciato oggi il tentativo di esproprio delle sue strutture sanitarie in Afghanistan da parte del governo di Kabul, come si legge in un comunicato pubblicato dal sito Peacereporter.

"Abbiamo avuto notizia che il governo afgano ha deciso di impossessarsi delle strutture costruite e attivate da Emergency, destinate ai cittadini afgani e ai loro bisogni", si legge nel comunicato dell'ong pubblicato in parte su www.peacereporter.net.

Gli ospedali afghani della ong fondata dal chirurgo Gino Strada erano stati chiusi, e il personale internazionale che ci lavorava evacuato, in seguito all'arresto da parte del governo di Kabul del collaboratore afghano di Emergency Rahmatullah Hanefi, che aveva lavorato da mediatore nella liberazione dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, avvenuta il 19 marzo scorso.

"Non possiamo in nessuna forma contrastare questa iniziativa di requisizione, che si rende possibile come azione di forza conseguente ad altre azioni di forza che ne hanno posto le premesse", continua il comunicato di Emergency.

Come condizione minima per riprendere le attività, Strada aveva chiesto la scarcerazione di Hanefi. Più che a liberarlo, però, il governo del presidente afghano Hamid Karzai sembra essere interessato a processarlo.

"Ho avuto da parte del presidente Karzai l'assicurazione che Hanefi, entro due settimane, sarà sottoposto all'eventuale giudizio in vista del quale saranno inevitabilmente formulati i capi di imputazione", ha detto ha SkyTg24 il ministro della Difesa Arturo Parisi, dopo una breve visita al paese centroasiatico.

http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2007-05-07T195503Z_01_SCE769060_RTRIDST_0_OITTP-AFGHANISTAN-EMERGENCY-OSPEDALI.XML

scritto da linodigianni | 06:03 | commenti Torna su
Categoria: emergency



domenica, maggio 06, 2007
 

Appello per Rahmat, su Repubblica.it

rahmat roma chiave2rahmat roma chiave
Su Repubblica.it è stato lanciato un nuovo appello per la liberazione di Rahmatullah Hanefi. Si può firmare all'indirizzo www.repubblica.it/speciale/2007/appelli/rahmatullah/index.html 
Per ogni firma, Emergency lascerà una simbolica chiave nel contenitore appositamente allestito in Piazza Farnese a Roma.
scritto da linodigianni | 17:32 | commenti Torna su
Categoria: appelli



martedì, aprile 17, 2007
 


venerdì, aprile 13, 2007
 

C’è un modo di sostenere Emergency che non costa nulla.

La finanziaria 2007 ha riconfermato la possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a sostegno del volontariato e delle organizzazioni di utilità sociale.


Destinando a Emergency il tuo cinque per mille, contribuisci a realizzare gli obiettivi dell’associazione senza alcun aggravio delle imposte.


Come fare


Puoi esprimere il tuo sostegno a Emergency firmando nell’apposito spazio della dichiarazione dei redditi («sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale») e indicando nello spazio sottostante il nostro codice fiscale:


971 471 101 55



sabato, gennaio 27, 2007
 
l Dipartimento della Difesa USA ha presentato finalmente ai media l'arma
non-letale del futuro: il phaser di cui si parla da anni potrebbe
entrare a far parte dell'equipaggiamento dei militari nel 2010

Moody Air Force Base (USA) - Un catafalco eretto sopra un massiccio
Humvee sostiene un'antenna che punta minacciosa verso una folla che
brulica, si spintona. Basta un attimo, e la calca si disperde repentina
come in un battito d'ali.

Già. L'Humvee ha indirizzato verso la folla di volontari, inferocita per
contratto, un raggio di calore generato dall'Active Denial System (ADS),
una sorta di phaser di trekkiana memoria, capace di colpire il target
inquadrato da una telecamera a infrarossi anche a cinquecento metri di
distanza. È questa la prima dimostrazione offerta ai media di una
tecnologia di cui si discute da anni, sviluppata dal Joint Non-Lethal
Weapon Program del Pentagono, una tecnologia che funge da arma non letale.

Una sensazione di calore improvvisa, dolorosa e terrorizzante come se i
vestiti, anche i più pesanti, cominciassero ad incendiarsi. Un intenso
calore però che non lascia alcun segno: il raggio elettromagnetico ad
una frequenza di 95 GHz penetra solamente attraverso gli strati più
superficiali dell'epidermide, per meno di mezzo millimetro. Quanto basta
a colpire le terminazioni nervose facendo percepire la sensazione del
contatto con un corpo a temperatura di cinquanta gradi. Nessuna
conseguenza, assicurano i militari, se non il deflusso di una folla
spaventata.

"È una tecnologia rivoluzionaria", ha dichiarato Theodore Barna, del
Dipartimento della Difesa USA: "Ci aspettiamo che possa aggiungersi agli
equipaggiamenti dei militari, entro il 2010". Sarà utile per disperdere
le folle nelle manifestazioni che volgono alla violenza, oppure presso i
checkpoint in zone a rischio guerriglia, servirà a confinare delle aree
delimitandole con fasci di raggi, ma potrà costituire una risorsa
preziosa anche in situazioni di guerra, in Iraq o in Afghanistan,
prevedono le autorità militari.

L'arma è stata testata su oltre diecimila volontari nel giro di dodici
anni, e durante gli ultimi cinque anni non si sono riscontrati danni o
lesioni degni di attenzione. Le preoccupazioni, riguardo alle quali
l'osservatorio The Sunshine Project si interrogava già nel 2005,
sembrano essere state fugate almeno per quanto riguarda le possibili
conseguenze per gli occhi: si è verificato, mediante test su animali,
che i riflessi inducono a distogliere lo sguardo prima che
l'irraggiamento possa provocare danni. Wired News, fra gli altri, lo
scorso anno avanzava il dubbio che l'arma potesse favorire l'insorgere
di cancro, ma non si hanno conferme in merito agli effetti a lungo
termine dell'esposizione ai raggi.

Un altro ordine di preoccupazioni è rappresentato dai potenziali modi di
armeggiare con l'ADS. Se infatti l'Active Denial System è considerato,
almeno nell'immediatezza, non letale, un uso improprio potrebbe
trasformarlo in un'arma offensiva a tutti gli effetti, tutt'altro che
umana. In spazi angusti in cui la fuga è poco praticabile, o nel caso in
cui fosse utilizzato a distanze ravvicinate, puntato contro persone
impossibilitate a muoversi, l'ADS potrebbe rivelarsi fatale per il target.

Il Pentagono ha investito sessanta milioni di dollari per la
progettazione avanzata del dispositivo. La tecnologia è stata sviluppata
in collaborazione con Raytheon, che con il suo Silent Guardian, un ADS
su scala ridotta, spera di poter accogliere una domanda che, in una
società dominata dal rischio, sembra farsi sempre più pressante.

Gaia Bottà

http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1863641&r=PI
scritto da linodigianni | 19:38 | commenti (2) Torna su
Categoria: usa , armi



lunedì, gennaio 22, 2007
 
"C'è bisogno di un'insurrezione non violenta. Anche a costo di andare in
galera". Così interviene padre Alex Zanotelli parlando dell'attuale
momento in un'intervista a cura di Cinzia Gubbini da Nairobi pubblicata
su "il manifesto" del 19/1/7
. Con insurrezione del pacifismo "voglio
dire che è arrivata l'ora di reagire, i cittadini devono trovare nuove
forme di mobilitazione, nuova visibilità. La verità è che, ormai, la
politica non ci sta più a sentire, vanno avanti dritti come treni, in
barba a tutto ciò che possiamo dire o pensare". Domanda: E cosa
bisognerebbe fare? "Occorre riflettere tutti insieme. E' già qualche
tempo che lo sto dicendo a Napoli: bisogna riunirsi e immaginare azioni
intelligenti, eclatanti e non violente. Qualcosa che fai una volta e poi
non ripeti più. E porsi nello spirito di dire: magari vado in galera, va
bene, lo accetto. Pur di riuscire a sbloccare questa situazione. Perché
davvero non se ne può più". Dopo aver parlato del significato del
trasferimento del supremo comando Nato da Londra a Napoli e del raddoppio della
base di Vicenza, Zanotelli - in merito alla questione urbanistica... -
continua: "Prodi si deve vergognare. E con lui tutto il governo: la
Finanziaria prevede quattro miliardi per le spese militari, ma come si
fa...". Domanda: Deluso, padre Zanotelli? "Deluso, sì. Mi aspettavo
qualcosa di diverso. Purtroppo non è questione di centrodestra o di
centrosinistra. E' che siamo nel cuore dell'impero, e il militarismo ne
è parte integrante. Se vuoi alzare il prodotto interno lordo, non è che
ci sia molto da fare. Bisogna rispettare certe regole per far parte di
coloro che si spartiscono la torta. Ecco spiegato il rifinanziamento
della missione in Afghanistan". "...La mobilitazione della società
civile è fondamentale. Come dimostra anche Vicenza...Ora bisogna trovare
solo il modo di farsi sentire di più".
scritto da linodigianni | 18:41 | commenti Torna su
Categoria: politica, news, pacifismo



martedì, dicembre 05, 2006
 
La guerra del Vietnam che continua
Gli effetti a distanza della guerra chimica americana
L'«Agente Arancio» non smette di fare vittime innocenti. Viaggio tra i bambini vietnamiti la cui vita è distrutta dalla diossina che colpì i loro nonni
Piergiorgio Pescali
Nguyen Thi Thanh Van ha 35 anni, anche se ne dimostra dieci di meno; ci accoglie nella sua casa al centro di Hanoi, una stanza disadorna di pochi metri quadri, offrendoci una tazza tè. Sguardo sereno, voce pacata, racconta senza drammatizzare la sua dolorosa situazione di madre di Pham Duc Duy, il figlio di 10 anni gravemente menomato. Duy è lì, sdraiato su una stuoia che guarda nel vuoto con gli occhi troppo simili a quelli della mamma. Accenna a un sorriso, o almeno questo è quello che istintivamente pretendiamo di capire, quando Thanh Van gli si avvicina e lo coccola sussurrandogli qualche frase. Sorseggia un po' di tè, ma con la testa che scatta improvvisamente a destra e sinistra, il liquido gli cola lungo il mento e le guance. Con i tendini delle mani rattrappiti e le gambe ridotte a due stecchini, Pham Duc Duy è uno delle centinaia di migliaia di bambini (ottocentomila, due milioni, chi lo sa?) che hanno ereditato le terribili conseguenze dei Dna resi pazzi dal «2,3,7,8 tetraclorodibenzoparadiossina», comunemente definito come Tcdd, o diossina.
Un retaggio di guerra, se lo vogliamo vedere in termini «legali» e cronologici, visto che Duy è discendente di terza generazione di chi ha direttamente assorbito la molecola nel proprio corpo, suo nonno. Il Tcdd era una delle sostanze contenute nell'Agente Arancio, l'erbicida irrorato dagli Stati uniti tra il 1961 e il 1971 sulle foreste del Vietnam del Sud e del Nord per snidare i vietcong. La tattica escogitata dai generali del Pentagono era semplice: il nemico si nasconde sfruttando l'elemento naturale mimetizzandosi tra la vegetazione della rigogliosa giungla vietnamita. Ergo, se non riusciamo a portare il nemico allo scoperto, priviamolo della sua copertura. Una strategia ineccepibile se fosse rimasta materia d'esame confinata nelle aule di West Point; ma, una volta applicata sul campo, si rivelò fallimentare.
In dieci anni centinaia di aerei C-130 passarono a setaccio sei milioni di acri di foreste, di cui 3,5 nel Vietnam del Sud, (l'8,5% della superficie nazionale) spargendo tra i 77 e i 100 milioni di litri di erbicidi: l'Agente Bianco, Blu, Viola e, per la maggior parte, Arancio, ognuno identificato secondo il colore della striscia che distingueva i bidoni da 55 galloni in cui erano contenute le sostanze. Ventimila villaggi e tra i 2 e i 5 milioni di persone vennero contaminati causando danni non solo economici e fisici, ma anche culturali: «A volte le vittime e le loro famiglie vengono emarginate perché si pensa che siano state colpite da maledizioni da parte di spiriti», racconta l'antropologa Le Thi Nham Tuyet.
A distanza di quarant'anni, nella provincia di Quang Tri, a ridosso della vecchia Zona Demilitarizzata lungo il 18° parallelo, sono visibili ancora oggi gli effetti della guerra chimica. L'«erba americana», uno strato vegetativo povero, contaminato e poco fertile cresciuto stentatamente nel corso dei decenni, ricopre l'intera area. Qui, al confine tra i due Vietnam, la guerra ha conosciuto i suoi aspetti peggiori: per evitare il passaggio delle truppe nordvietnamite e dei rifornimenti ai guerriglieri del sud, gli aerei dell'Us Air Force hanno spruzzato l'Agente Arancio anche per dieci volte sulla stessa area.
«Solo nella provincia di Quang Tri abbiamo registrato circa 600.000 persone colpite dai sintomi riferibili alla diossina», ci spiega Le Xuang Tanh, presidente della Croce rossa di Dong Ha, con cui visitiamo il villaggio di Cam Ngia. Le vittime sono per lo più bambini tra i pochi mesi e i 20 anni, per i quali la Guerra del Vietnam non è ancora terminata, pur non avendola mai vista. Bambini, ragazzi, anziani abbandonati dal mondo, che ha chiuso le porte della propria coscienza alle 10.45 del 30 aprile 1975, quando il carro armato numero 843 dell'Esercito popolare di liberazione della Repubblica democratica del Vietnam abbattè il cancello del Palazzo presidenziale di Saigon dichiarando conclusa la seconda guerra d'Indocina.
Ma la guerra non si è conclusa per Nguyen Van Lanh, che girovaga nudo a quattro zampe in una misera capanna di legno, e neppure per Le Thi Dat, una ragazza ventenne sulla carrozzina che stringe a sè una bambolina. La guerra continua per Triang Thi Kien, tredici anni di cecità e immobilità; e per Nguyen Dae Vinh, sedici anni racchiusi in 30 chili di ossa e un volto incredibilmente vecchio ricoperto da una pelle incartapecorita. Le loro famiglie ricevono l'equivalente di 2, massimoi 5 dollari al mese come compenso per il loro dolore, mentre alcune organizzazioni internazionali come l'Associazione dei veterani americani, l'Association d'amitié franco-vietnamienne di Montreuil e l'Associazione Italia-Vietnam di Torino, da tempo collaborano con la Croce rossa vietnamita per finanziare progetti e sensibilizzare l'opinione pubblica occidentale. Ospedali, centri di riabilitazione fisioterapica e mentale accolgono a turno i pazienti. «Stando assieme e interagendo, i ragazzi imparano a convivere tra loro e quando tornano nei villaggi le stesse famiglie si sorprendono dei miglioramenti ottenuti», dice The Thanh Xuan, direttrice del Peace Village di Hanoi, un centro modello che racchiude scuola, palestra di fisioterapia e studi medici.
A nulla, invece, fino ad ora sono valsi i ripetuti tentativi di ottenere da parte del governo statunitense un risarcimento delle vittime vietnamite dell'Agente Arancio. Questo nonostante nel 1984 sette società chimiche statunitensi che hanno fabbricato l'Agente Arancio per l'esercito Usa abbiano accettato di pagare indennizzi per 180 milioni di dollari a veterani di guerra americani; nonostante il 27 gennaio 2006 la Monsanto e la Dow Chemical, due tra le maggiori produttrici dell'erbicida, siano state condannate a pagare ad ognuno dei 6.795 veterani di guerra sudcoreani colpiti dal Tcdd tra i 6.800 e i 47.500 dollari di risarcimento. Già, perché il Tcdd, che avrebbe dovuto agire per combattere il «pericolo rosso», non ha saputo distinguere i «buoni» dai «cattivi», contaminando così anche 375.000 soldati americani. Danni collaterali.
scritto da linodigianni | 13:13 | commenti (1) Torna su
Categoria: usa , vietnam, storia



martedì, novembre 14, 2006
 
http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/economia/conti-pubblici-29/spesa-militare/spesa-militare.html

Per Esercito, Marina e Aeronautica sono previsti 12 miliardi
e 437 milioni. Lettera a Prodi di sedici senatori

Sorpresa tra la selva dei tagli le spese militari si impennano

Il governo dell'Unione investe in armamenti più della Cdl
di CARLO BONINI

DICONO i numeri che in una Finanziaria che a tutti toglie, c'è una voce di
spesa che sale. Quella militare. Cinque punti percentuali in più rispetto
all'ultima legge di bilancio licenziata dal governo di centrodestra. 12
miliardi 437 milioni di euro per Esercito, Marina, Aeronautica. se è vero
che il 72 per cento di questa somma andrà a coprire i "costi del
personale" e dunque la spesa corrente per i salari e il mantenimento dei
193 mila uomini delle nostre forze armate (sono esclusi i costi delle
missioni all'estero, per le quali è prevista un'ulteriore voce di spesa di
1 miliardo di euro).

E' altrettanto vero che, spalmati nel prossimo triennio, altri 4 miliardi
e rotti di euro andranno a finanziare un "Fondo per il sostegno
dell'industria nazionale ad alto contenuto tecnologico". Dove per alto
contenuto tecnologico, si deve leggere "ricerca militare" e per "industria
nazionale" Finmeccanica, azienda per un terzo di proprietà dello Stato,
con un core business che, concentrato nel settore degli armamenti, è
spinto e alimentato da un mercato domestico in cui opera in regime di
sostanziale monopolio.

Nel suo ufficio di Corso Trieste, a Roma, Gianni Alioti, sindacalista
della Fim-Cisl, consumato osservatore dell'industria militare italiana ed
europea, sorride: "Nel paradosso di un governo di sinistra che investe in
armamenti più di quanto non abbia fatto negli ultimi due anni il governo
di destra, mi sembra di intravedere una forma di tardo keynesismo
militare. Per altro non sostenuto dai fatti. Dire che aumentare gli
investimenti in armamenti significa sostenere contemporaneamente i livelli
di occupazione e la ricerca tecnologica significa dimenticare la lezione
di Federico Caffè, che definiva questo tipo di scelta "liberismo spurio"".

Un dato. Tra il 2000 e il 2005, Finmeccanica ha raddoppiato il proprio
fatturato (da 6,7 a 11,4 miliardi di euro). Nello stesso periodo, gli
occupati sono passati da 41 mila a 56 mila. "Non esiste alcun andamento
proporzionale o quantomeno convergente tra crescita dei ricavi e aumento
dell'occupazione - osserva Alioti - Esiste, al contrario, una verità
comune all'intero mercato europeo e mondiale. L'industria della Difesa è
tale che, inevitabilmente, lo sviluppo della tecnologia impone una
riduzione della manodopera. Guardiamo quel che è accaduto a La Spezia, un
distretto industriale storicamente dipendente dall'industria militare. In
quindici anni, gli occupati nell'industria degli armamenti sono passati
dal 40 al 19 per cento della forza lavoro totale".

Sedici senatori dell'Unione hanno scritto una lettera a Prodi. Si legge:
"Caro Presidente, l'Italia è al settimo posto nel mondo come spesa
militare con ingiustificati acquisti di armamenti come la portaerei Cavour
(quasi 1 miliardo di euro, sistema d'arma esclusi), dieci nuove fregate
(3,5 miliardi di euro), 121 caccia eurofighter (oltre 6,5 miliardi di
euro). Da soli rappresentano l'1 per cento del nostro Pil. Ti ricordiamo
che nel programma di governo dell'Unione, ci sono tre riferimenti alla
necessità di politiche di disarmo (pagine 90, 91, 109)". Qui,
evidentemente, il "keynesismo militare" non c'entra. Ma qui, la
discussione politica interna al governo appare questione accantonata.

Giovanni Lorenzo Forcieri, 57 anni, diessino di La Spezia, senatore nelle
ultime quattro legislature, è arrivato sei mesi fa a "Palazzo Marina" come
sottosegretario alla Difesa. Dice: "Con questa Finanziaria non facciamo
altro che riportare la spesa militare al livello del 2004. Prima cioè che
il governo di centrodestra tagliasse di fatto la spesa militare di 2
miliardi e mezzo di euro. Per altro, a fronte degli investimenti che
abbiamo previsto e che servono né più e ne meno che a coprire impegni di
spesa già assunti negli ultimi anni e dunque ad onorare dei debiti già
contratti, la Difesa cederà al demanio beni per circa 4 miliardi di euro
nei prossimi due anni. Come si vede, dunque, il saldo tra entrate e uscite
è in equilibrio. Con il vantaggio di smobilizzare risorse necessarie a
portare avanti un programma di ammodernamento delle nostre forze armate.
E' evidente infatti che non stiamo parlando soltanto di numeri. Se
vogliamo che l'Italia possa efficacemente svolgere il ruolo internazionale
che si è conquistata in questi anni, non possiamo rinunciare a investire
su una forza armata efficiente e moderna".

L'argomento di Forcieri riproduce come un calco recenti considerazioni di
Pierfrancesco Guarguaglini, amministratore delegato di Finmeccanica: "Se
un governo, indipendentemente dal proprio orientamento, vuole portare
avanti una politica internazionale di un certo livello, ha bisogno di una
componente della Difesa efficiente. E nel passato erano stati fatti tagli
notevoli".

Se il problema non è "se" o "quanto" investire in spesa militare, resta
allora il "come". La qualità delle commesse e la loro urgenza. Allo Stato
Maggiore della Difesa non ne parlano volentieri. Frugando nella foresta di
sigle e numeri che battezza pezzi di artiglieria, autoblindo, caccia,
navi, se ne comprende il perché. Si scopre, ad esempio, che, nel maggio
2006, la Direzione Generale per gli Armamenti Terrestri del ministero ha
chiuso con la Oto Melara (Finmeccanica) un accordo di congruità di 310
milioni di euro per la fornitura di 49 veicoli blindati su ruota ("Vbc",
la sigla tecnica. "Freccia" quella da combattimento) le cui torrette
dovranno essere allestite per sistemi di lancio di missili anticarro di
nuova generazione. Missili "Spike", di fabbricazione israeliana. L'arnese
- spiegano gli addetti - è un costosissimo gioiello tecnologico. Di tipo
"intelligente", "spara e dimentica".

Centomila dollari il pezzo, cinque volte il costo del suo omologo di
fabbricazione americana, il "Tow". Missile attualmente in dotazione alle
forze Nato e al nostro esercito, che ne ha pieni gli arsenali. Raccontano
a palazzo Baracchini che le pressioni dell'Esercito sull'ex ministro
Martino per ottenere questa "meraviglia" della tecnica considerata troppo
costosa persino dall'esercito americano siano state robuste. Ma ammettono
anche che il giochino costerà una tombola.

Per ovvie economie di scala (costi di manutenzione e pezzi di ricambio), i
49 veicoli blindati su ruota "Freccia" erano stati concepiti dalla "Oto
Melara" per essere perfettamente fungibili con i loro "gemelli" cingolati,
i "Dardo". Stessi abitacoli, stessa strumentazione, stesse torrette.
Stessi missili anticarro: i "tow". Con la scelta del missile "spike",
addio risparmi. Fabio Mini, ex comandante della forza Nato in Kosovo,
osserva: "Non riesco a capire che senso abbia dotare di armi anticarro
diverse mezzi cingolati e su ruota, che dovrebbero integrarsi sul campo di
battaglia. Così come non capisco che senso abbia dotare di una tecnologia
più avanzata anticarro un mezzo su ruota che, a rigore di logica, non
dovrebbe affrontare in campo aperto mezzi corazzati". Alla "Oto Melara"
concordano. Ma alla "Oto Melara" sanno anche quel che accadrà. Completata
la fornitura dei "Freccia", i "Dardo", le cui consegne sono state appena
ultimate, torneranno nei cantieri per modificare le loro torrette di
lancio. I soldi non saranno un problema.

Come i 650 milioni di euro già impegnati a bilancio per consegnare ai
nostri Stati maggiori, di qui ai prossimi anni, 72 obici semoventi
fabbricati in Germania e assemblati da "Oto Melara" (Pzh, la sigla
tecnica) con cui difendere le nostre frontiere. Cosa debba farsene il
nostro esercito di un numero così consistente di pezzi di artiglieria
immaginati per conflitti di posizione, per scenari di difesa o offesa
lungo linee di fronte profonde un centinaio di chilometri (questo il
raggio di azione dell'obice), Dio solo lo sa. Meglio, solo l'Esercito lo
sa. Ma - sebbene sollecitato - lo Stato maggiore non ha ritenuto di dover
fornire risposte.

Risposte che invece, prima o poi, la Difesa e il governo saranno costretti
a dare sulla nostra partecipazione al più faraonico dei progetti che la
storia dell'aeronautica civile e militare abbia mai conosciuto.
Un'avventura dall'acronimo inglese, Jsf, "Joint Strike Fighter", consorzio
a guida statunitense per la costruzione del cacciabombardiere del futuro
(le consegne del nuovo aereo, battezzato "F35-lightning II", dovrebbero
cominciare nel 2012). La partecipazione italiana al progetto (che ha quali
ulteriori partner Inghilterra, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda,
Australia e Turchia) fu una scelta del governo di centrosinistra (1998,
premier D'Alema). Berlusconi, nei suoi cinque anni a Palazzo Chigi, ne
decise i termini economici, fissando la quota del nostro investimento per
la sola "fase di sviluppo" in 1 miliardo 359 milioni di euro.

Cifra a cui l'Italia dovrà ora sommare altri 11 miliardi di dollari per
l'acquisto dei 131 caccia già ordinati da Aeronautica e Marina. Anche
perché la nostra Difesa non ha scommesso e acquistato soltanto nel
consorzio a guida americana, ma ha investito e comprato anche nel progetto
concorrente europeo, "l'Eurofighter Typhoon" (dove l'Italia è partner di
Gran Bretagna, Germania e Spagna). Ce ne verranno altri 121 caccia. Più o
meno 7 miliardi di euro.

Ce n'è abbastanza per chiedersi se a decidere della qualità e dell'entità
della nostra spesa militare siano i ministri e il parlamento. O non invece
gli stati maggiori. O, ancora, se a portare per mano gli uni e gli altri
non sia l'industria degli armamenti. Per dirla con le parole di un addetto
del settore, "se in Italia il vero ministro della difesa sia Parisi o non
l'amministratore delegato di Finmeccanica Guarguaglini". Un fatto è certo.
Negli anni, i capi di Stato maggiore delle nostre tre forze armate hanno
tolto l'uniforme per entrare senza soluzione di continuità nel top
management delle società di Finmeccanica. Una legge dello Stato lo
vieterebbe. Aggirarla è diventata una prassi. E' successo con il generale
Mario Arpino (da capo di stato maggiore della Difesa alla "Vitrociset"),
con l'ammiraglio Guido Venturoni (da capo di stato maggiore della Difesa
alla "Marconi"), con il generale Giulio Fraticelli (da capo di stato
maggiore dell'Esercito alla "Oto Melara"), con il generale Sandro
Ferracuti (da capo di stato maggiore dell'Aeronautica alla Ams). Gli
impegni di spesa con Finmeccanica che questa e le prossime finanziarie
andranno ad onorare portano anche le loro firme. Da generali, naturalmente.

(14 novembre 2006)

scritto da linodigianni | 12:25 | commenti Torna su
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martedì, novembre 07, 2006
 
Volontariato: Non chiamatemi più pacifista. Intervista a Gino Strada, fondatore di Emergency
d. L’incontro di Assisi del 26 agosto per la pace in Medio Oriente è stato interpretato da molti come un sì al multilateralismo e al ruolo dell’Onu, come l’aprirsi di una nuova fase. È così? r. Il movimento per la pace esprime un sentire molto più ampio e molto più importante delle sigle, delle organizzazioni e dei professionisti della politica. È un movimento di coscienze che attraversa milioni di persone in modi diversi e con sfumature diverse. Quando parliamo, invece, di organizzazioni e di sigle – tipo Tavola della Pace –, penso che siano morte e sepolte, perché non hanno nessuna capacità di essere propositive. Noi di Emergency non abbiamo aderito alla marcia del 26 agosto e non aderiamo nemmeno alla marcia per la pace di Perugia-Assisi 2006. Insomma, noi non faremo più niente con nessuna organizzazione che abbia scelto la guerra riguardo sia all’Afghanistan sia al Libano. Quand’anche un intervento militare fosse legittimo (cioè rispettoso delle vigenti leggi), da quando in qua la legalità e la legittimità sono dei valori di per sé? Io non sarei mai stato d’accordo sull’applicazione delle leggi razziali… Allora, dire che un intervento può anche essere legittimo, secondo i meccanismi che regolano l’Onu, non vuol dire che sia una scelta giusta. Mi preoccupa questa tendenza, dilagante e quasi universale, che considera la politica estera come politica militare. Che ritiene il militarismo e gli interventi militari come l’unica opzione possibile, tanto da non voler provare strade diverse. Ormai si dà per scontato che dove c’è un problema si mandano i militari. Poi, sotto quale egida e con quali regole d’ingaggio, sono questioni marginali. Mi preoccupa che questa tendenza sia stata assunta da organizzazioni che fanno parte del movimento per la pace. Organizzazioni che, quando erano gli avversari politici a fare le guerre, avevano una posizione, mentre se sono gli amici politici a fare le guerre, come oggi, hanno una posizione diversa. d. Che cosa dovrebbe fare il movimento della pace in questo momento? r. C’è bisogno di riflessioni profonde. Ma la riflessione, se non è frutto di una pratica, non può avvenire. E qui casca l’asino. Un conto è una pratica che si risolve nell’organizzare la Perugia-Assisi, un conto è mettere in piedi, per esempio, una forza d’interposizione senza armi. Per farlo seriamente servono milioni di euro. A chi li chiediamo? d. Sta dicendo che ognuno deve tornare a fare ciò che è capace di fare? r. Ciascuno faccia il suo pezzettino di pratica di diritti umani, di dialogo, di pace, di solidarietà. Dove si lavora con certi atteggiamenti, si ottengono risultati. Lo abbiamo visto in tutti i paesi in guerra dove siano presenti: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto di tutti. d. Quindi il movimento per la pace deve rinunciare a rompere le scatole al governo, ai partiti, alla politica? r. Il movimento è vasto e fa tante cose. Ci sono state organizzazioni che, prima sull’Afghanistan e poi sul Libano, hanno cambiato la rotta di 180°. Perché? Uno del movimento, Giulio Marcon, ha detto: «Il primo motivo ideale si chiama euro». Sono d’accordo. Qualcuno è stato assoldato dalla cooperazione italiana. Esempio. Tra le associazioni del coordinamento delle organizzazioni non governative italiane che lavorano in zona di guerra, ce n’è qualcuna che non sa distinguere un forno a microonde da un Kalashnikov… Aspetto soltanto che la situazione in Afghanistan si deteriori ancora un po’ e una ong, tipo Alisei, sparirà per sempre da Kabul, con grande sollievo degli afgani. Poi ci sono organizzazioni sponsorizzate in maniera evidente dai partiti: penso a Intersos e alla Margherita. Questo per dire che quel mondo lì ha rinunciato a essere di sprone e di critica alla politica. Pubblicità ce24ore
 
È accodato alla politica. Direi, a qualsiasi politica. d. Lei ha un rapporto di amicizia con padre Zanotelli e don Ciotti. Stavolta avete posizioni diverse. Continuate a parlarvi? r. Ho sentito Alex un paio di volte e devo dire che siamo sostanzialmente in sintonia, considerate le tante garanzie che ha chiesto per l’invio della forza d’interposizione in Libano. Ho cercato Luigi, dopo che avevo letto la posizione di Libera, per dirgli: «Sei impazzito»? Ma non l’ho ancora trovato. Credo che avremo modo di parlarci. d. Però l’impasse c’è. Le organizzazioni vanno un po’ per conto loro… r. Oppure vanno a gruppi in supporto alla politica. Guardiamo al flop del 26 agosto. La questura ha dato 1.000 partecipanti, gli organizzatori 2.000. E fin qui siamo nella fisiologia. Ma La Repubblica ha scritto 6.000. C’è stato un uso politico di quella manifestazione, che – intendiamoci – è stata messa in piedi per essere usata politicamente. Per me questa si chiama propaganda di guerra Altro esempio: quando lanciammo nel settembre 2002 la campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”, anche per sollecitazioni interne ed esterne a Emergency, decidemmo di farla insieme ad altri. C’erano quattro sigle: Emergency, Libera, Rete Lilliput, Tavola della Pace. Due mesi e mezzo dopo nasce repentinamente “fermiamolaguerra.it”, in cui ci sono dentro tutte quelle organizzazioni lì, più i partiti. Ma non noi. Come vogliamo chiamarla: subalternità alla politica, sudditanza, servilismo? d. Emergency come intende muoversi? r. L’impegno di Emergency nei prossimi anni è di costruire il movimento contro la guerra. Noi non ci chiameremo più pacifisti. Ne sto discutendo, tra gli altri, con Noam Chomski e Eduardo Galeano… Mi sembra che l’unica cosa che ha un senso oggi sia di trattare la guerra come è stata trattata la schiavitù: come una cosa ripugnante che deve essere buttata fuori dalla storia. È un problema di coscienze e di culture. Se si riuscisse a far discutere l’Onu di questa questione (magari sollecitandolo con una lettera inviata da milioni di bimbi) sarebbe una bella cosa. L’Onu deve essere un interlocutore, anche se oggi sappiamo essere uno strumento nelle mani della Cia e di pochi altri. Oggi è un’Onu che non ha avuto la forza, dopo l’attacco all’Iraq, di convocare un’assemblea straordinaria e di proporre una mozione di espulsione di Stati Uniti e di tutti gli altri che si sono accodati. d. Come giudica il quadro internazionale? r. Siamo in una fase di militarismo con tendenze che mi ricordano la Germania del ’34-’35. Ormai la logica della guerra è stata accettata dalle coscienze. Qui bisogna riprendere in mano il pensiero di Einstein e di Bertrand Russell. Quando Einstein nel ’32 scrisse che la guerra non si può umanizzare ma si può solo abolire, lo presero per scemo… Oggi siamo ancora lì: nessuno vuol affrontare il problema. Abolire la guerra non è un problema legislativo, ma di coscienza. Bisogna invertire questo processo e far penetrare nelle coscienze della gente l’idea che la guerra, cioè la violenza di massa, è ripugnante, degradante e disumana. La guerra è talmente contro natura che il potere deve impegnare tutte le sue forze, compresi i media, per convincerci che la guerra fa bene. Il potere arriva a chiamare pace la guerra. Oggi trovarsi in un conflitto internazionale nucleare è questione di un giorno. Il giorno prima non succede nulla, il giorno dopo uno ha tirato la bomba ed è successo tutto. E noi culturalmente dove siamo? Durante il processo di 15 anni di crescita del militarismo nazista c’era comunque chi pensava e agiva diversamente, chi si opponeva. Oggi nessuno si muove. Questa è la tragedia. 
 
 http://www.caserta24ore.it/news/articolo.asp?id=15018&TT=Attualit%C3%A0


mercoledì, ottobre 25, 2006
 
Germania/ Militari tedeschi in Afghanistan giocano con un teschio ed è subito scandalo
Mercoledí 25.10.2006 12:01
 
 
 
 
In Germania è scandalo. A suscitare scalpore e indignazione nell'intero Paese sono le cinque fotogarfie pubblicate oggi da Bild che ritraggono alcuni militari tedeschi mentre giocherellano con un teschio.  In una si vede un soldato in posa davanti la macchina, col teschio in alto nella mano destra. In altre due il teschio è posto su un panzer e su una jeep, su cui è possibile riconoscere la bandiera tedesca e la scritta Isaf sulla fiancata (dal nome della missione in Afghanistan). In un'altra ancora un militare infilza il teschio in uno speciale dispositivo per tranciare funi di acciaio. Nella quinta si vede un soldato mentre avvicina il teschio al proprio pene, fuori dalla tuta mimetica. Le foto sarebbero state scattate nella primavera del 2003 e proverrebbero da un giro di pattugliamento nei pressi di Kabul, a cui avrebbero preso parte due sergenti maggiore e due soldati, posti sotto il comando di un maresciallo. Del teschio invece si sa poco o nulla. Stando a quanto scrive la Bild potrebbe provenire da una fossa comune.

 

 


"E' chiaro e inequivocabile - ha detto al quotidiano il ministro della Difesa Franz Josef Jung - che un comportamento del genere da parte di soldati tedeschi non può essere assolutamente tollerato.  Le foto suscitano ripugnanza e assoluta incomprensione". Se le accuse venissero confermate "verranno tirate le necessarie conseguenze disciplinari ed eventualmente anche penali". La notizia giunge proprio nel giorno in cui il governo tedesco discute il prolungamento della partecipazione tedesca alla missione "Enduring Freedom" in Afghanistan. Ma non solo. secondo un documento rivelato da Financial Times, il governo intende avviare sempre oggi una strutturale riforma della Bundeswehr, le forze armate, per trasformarla in una forza di intervento internazionale: una rivoluzione che cambia l'immagine della Germania e la sua politica estera.

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scritto da alp | 15:42 | commenti Torna su
Categoria: guerrenelmondo



domenica, ottobre 22, 2006
 
US 'arrogant and stupid' in Iraq
US marines in Iraq (file image)
Mr Fernandez said failure in Iraq would be a regional disaster
A senior US state department official has said that the US has shown "arrogance and stupidity" in Iraq.

Alberto Fernandez told al-Jazeera TV the US was now willing to talk to any insurgent group apart from al-Qaeda in Iraq, to reduce sectarian bloodshed.

His remarks came after President George W Bush discussed changing tactics with top military commanders.

A report that officials are drawing up a timetable for Iraq's government to improve security has been denied.

The New York Times reported that the Bush administration was preparing a timetable for the government to meet objectives - including disarming sectarian militias - that would stabilise the country and allow US troops to take a reduced role.

I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq
Alberto Fernandez

The plan is "to get the Iraqis to step up to the plate", the newspaper cited a senior administration official as saying. "We can't be there for ever," the official added.

But White House spokeswoman Nicole Guillemard denied the report. "The story is not accurate, but we are constantly developing new tactics to achieve our goal," she said.

Meanwhile, British Foreign Office Minister Kim Howells, in an interview with the BBC, has suggested that the Iraqi security forces could take over much of the work of US-led forces within a year.

'Regional disaster'

Mr Fernandez, an Arabic speaker who is director of public diplomacy in the state department's Bureau of Near Eastern Affairs, told Qatar-based al-Jazeera that the world was "witnessing failure in Iraq".

"That's not the failure of the United States alone, but it is a disaster for the region," he said.

"I think there is great room for strong criticism, because without doubt, there was arrogance and stupidity by the United States in Iraq."

On talks with insurgent groups, he said: "We are open to dialogue because we all know that, at the end of the day, the solution to the hell and the killings in Iraq is linked to an effective Iraqi national reconciliation."

'Goal is victory'

Mr Fernando's comments came after Mr Bush said in his weekly radio address that US troops were changing tactics to deal with the insurgency.

President Bush speaks with Vice-President Dick Cheney, on screen, and military commanders
Mr Bush held talks on the violence with his military commanders

"Our goal in Iraq is clear and unchanging," he said. "Our goal is victory. What is changing are the tactics we use to achieve that goal."

He later held a teleconference call with senior military commanders, as violence continued in Iraq.

Saturday saw 17 people killed in a mortar attack on a market near the capital, Baghdad, while three US marines killed in Anbar province, bringing the total number of US troops killed in Iraq in October to 78.

The BBC's James Westhead in Washington says that while there is no official change in US strategy, change is on everyone's lips.

A new poll weeks before key Congressional elections shows two-thirds of Americans believe the US is losing the war in Iraq.



 

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scritto da linodigianni | 10:10 | commenti (1) Torna su
Categoria: usa , guerrenelmondo, iraq giornali

 

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scritto da linodigianni | 09:19 | commenti Torna su
Categoria: appelli



giovedì, ottobre 19, 2006
 

sabato 28 ottobre 2006
giornata nazionale di

Emergency

Il 28 ottobre EMERGENCY ti aspetta in piazza.
Segnalo sul calendario!

EMERGENCY sarà presente con migliaia di volontari in oltre 200 piazze italiane per far conoscere i 12 anni di attività dell’associazione e dire insieme "no alla guerra".

Presso tutti i nostri banchetti, con una piccola donazione, potrai ricevere il nuovo calendario 2007 realizzato con i disegni originali di 12 illustratori italiani.

I fondi raccolti andranno a sostegno del Centro chirurgico per vittime di guerra “Tiziano Terzani” di Lashkar-gah, in Afganistan.

 
Milano, 18 ottobre 2006

 Nel novembre del 2002 quattro carabinieri del Ros si recarono a Guantanamo per interrogare sei presunti terroristi, detenuti nella prigione, senza una preventiva autorizzazione dell'autorita' giudiziaria. A rivelarlo e' un maresciallo del Ros di Torino che ha deposto, come testimone al processo, davanti ai giudici della prima corte di assise di Milano, a carico di tre algerini, tra i quali l'ex imam di Varese Abdel Majid  Zergout, accusati di associazione eversiva finalizzata al terrorismo internazionale.
 
"Andammo in quattro a Guantanamo -racconta il maresciallo dell'Arma - tutti del Ros, a interrogare detenuti del campo, nel novembre del 2002, su mandato del Comando generale nella persona del generale Giampaolo Ganzer. Non riferimmo - continua il testimone - alla autorita' giudiziaria nulla sulle nostre attivita' perche' nessuna delle persone che sentimmo rispose alle domande. A Guantanamo venimmo a sapere che eravamo gli ultimi italiani a recarsi in missione per svolgere attivita' investigativa".

 Gli interrogatori ai quali quattro uomini del Ros sottoposero sei detenuti a Guantanamo, nel novembre del 2002, "erano colloqui informali su cui abbiamo preso appunti e redatto dei report; lo scopo era capire se ci fosse un rischio di attentati in Italia", spiega il maresciallo del Ros di Torino. "Nulla di quegli interrogatori - precisa il maresciallo - fu riversato nel processo attuale".
  
Tra le persone interrogate a Guantanamo, secondo la ricostruzione del testimone, c'erano un magrebino e un 18enne marocchino che, di li' a pochi mesi, sarebbe stato rispedito nel paese d'origine. "Di questi detenuti - racconta il maresciallo - uno solo ha parlato sulle sue 'conoscenze' bolognesi". Il testimone riferisce poi "di aver avvertito, in seguito, di quanto successo a Guantanamo, due Pm della Procura di Torino il dottor Tatangelo e il dottor Ausiello che pero', a detta del teste, "hanno fatto finta di non sapere".
 
Al legale Luca Bauccio che, durante il controesame, gli domanda "se i detenuti avessero risposto, a chi avevate ordine di riferire?", il maresciallo del Ros replica: "Avremmo chiesto ai magistrati di acquisire la documentazione". Ma "non abbiamo detto nulla ne' sul merito, ne' sull'attivita', perche' i detenuti interrogati non hanno risposto - aggiunge a differenza di quanto affermato precedentemente, e cioe' che uno degli interrogati aveva risposto - Facemmo richiesta formale all'Autorita' americana di acquisire i verbali degli
interrogatori che altri investigatori della Polizia italiana avevano effettuato prima di noi. L'Autorita' americana ci rispose che questi interrogatori erano secretati e non ce li mise a disposizione".

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scritto da alp | 06:11 | commenti Torna su
Categoria: torture, costituzione



giovedì, settembre 28, 2006
 
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